Prosegue il viaggio alla scoperta delle donne nei testi della tradizione ebraica e cristiana. Grazie ai contributi di Paolo Pellini, possiamo rileggere e riflettere sulle “donne della Bibbia” con la sensibilità propria dei protagonisti dell’accoglienza, genitori e figli, adottivi o affidatari.
Alle donne la letteratura biblica ha riservato ruoli significativi nella storia d’Israele e nelle prime comunità cristiane, spesso trascurati o non considerati, figure emblematiche le cui identità e vicende sono da cercare con attenzione e scoprire nelle pagine del Testo Sacro. Per esempio, non sono conosciute da tutti le storie, bellissime, di donne eccezionali che quasi “si nascondono” tra le pagine. Donne come Rut, Ester, Giuditta, Rebecca, Giaele, Agar, Susanna, Anna … di cui forse si è sentito giusto il nome, ma poco si sa di come vissero e cosa fecero.
Pubblichiamo la prima parte del testo dedicato a Miriam, sorella di Mosé, la cui storia emerge nel racconto biblico in modo conciso, ma denso di significato.
Miriam “profetessa”
Definita “profetessa”, è tra le poche donne dell’Antico Testamento cui viene riconosciuto il dono di parlare a nome di Dio. La sua presenza si colloca in alcuni momenti decisivi della storia di Israele e offre una chiave di lettura preziosa per comprendere anche l’esperienza dell’accoglienza adottiva e affidataria.
Maria intonò per loro il ritornello:
“Cantate al Signore,
perché ha mirabilmente trionfato:
cavallo e cavaliere
ha gettato nel mare!” (Es 15,20-21)
Questo episodio segue immediatamente il racconto del passaggio del Mar Rosso da parte del popolo di Israele (Es 14) e il canto di Mosè (Es 15,1-18). Miriam appare sulla riva del mare, quando il popolo ha appena attraversato le acque, lasciandosi alle spalle la schiavitù. È un passaggio irreversibile: si apre un futuro nuovo, non c’è possibilità di ritorno. In quel momento lei prende in mano il tamburello e guida le donne nel canto e nella danza. Non è solo esultanza per un evento accaduto, ma riconoscimento di un Dio che libera e resta fedele alle sue promesse.
L’esodo nell’accoglienza
Questa esperienza illumina la storia di molti bambini accolti. Anche per loro esiste un “prima”, spesso segnato da fragilità, trascuratezza o abbandono, e un “dopo” che si apre nell’incontro con una famiglia. Come l’attraversamento del Mar Rosso, l’ingresso in una nuova, amorevole, casa non cancella il passato, ma segna una svolta reale: si entra in una storia nuova, dove diventa possibile fare esperienza di relazioni affidabili e di un amore stabile. È un passaggio che coinvolge profondamente – sia il bambino, sia la famiglia – e che lascia un segno duraturo nell’adozione, ma anche nell’affido che è, per sua natura, temporaneo. Anche nell’affido, si apre comunque un “per sempre”, perché ciò che viene vissuto dentro la relazione entra a far parte definitivamente della storia di ciascuno.
Riscoprirsi figli
Il minore che arriva in adozione o in affido porta con sé delle ferite: non solo la perdita di un legame, ma anche lo smarrimento del sentirsi catapultato in una situazione completamente diversa, che promette bene, ma è da verificare, e che comunque presuppone l’aver lasciato una situazione che per quanto difficile era certa. Così era la schiavitù per il popolo di Israele: difficile, ma certa.
L’accoglienza rivela qui tutta la sua profondità: non si limita a colmare una mancanza, ma riapre la possibilità di sentirsi destinatari di un bene originario. Dentro la relazione con la famiglia, il bambino può lentamente rileggere la propria storia. Non si tratta di cancellare ciò che è stato, ma di integrarlo in un’appartenenza nuova. Riscoprirsi figlio significa proprio questo: riconoscere che la propria vita, pur ferita, resta degna, custodita e aperta al futuro.
Attraversare insieme il deserto
Questo cammino passa attraverso la concretezza della vita quotidiana. Tuttavia, non è un percorso lineare. Come Israele dopo il passaggio del mare, anche il bambino dovrà attraversare il suo “deserto”: momenti di chiusura, fatica, nostalgia, ribellione. Sono passaggi inevitabili, nei quali riemerge il dolore e si misura la consistenza del legame filiale. Come tra Israele e Jahvè. Per questo il canto di Miriam aiuta a comprendere che la gratitudine non può essere immediata. Dopo l’uscita dall’Egitto, il popolo canta, ma subito entra nel tempo lungo e faticoso del deserto, segnato da smarrimento e protesta. Allo stesso modo, il bambino accolto in adozione o in affido non può essere pensato come spontaneamente riconoscente: il “canto” nasce solo attraversando un lavoro interiore, un tempo di rielaborazione e, potremmo dire, di grazia divina.
(fine prima parte – continua)
Paolo Pellini
(Paolo Pellini è membro della comunità La Pietra Scartata dell’Arcidiocesi di Milano, un’associazione privata di fedeli costituita nel 2007 da famiglie adottive e affidatarie che, durante la loro esperienza di accoglienza, si sono sentite chiamate a rendere testimonianza dell’amore di Dio Padre ai bambini abbandonati o in difficoltà familiare, annunciando loro la speranza di Gesù bambino abbandonato e risorto)
Ndr: il percorso dedicato alle donne della Bibbia, frutto dello studio e della ricerca di P. Pellini, è iniziato accostando la storia di Giuditta (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda) cui sono seguite quelle di Rut (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda), Tamara (prima parte QUI, seconda parte QUI); Ester, cui è dedicato uno dei libri storici della Bibbia (QUI si può leggere la prima parte e QUI la seconda), Giaele (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda), Rebecca (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda), Agar (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda), Susanna (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda) e Anna (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda)
(L’immagine proposta a corredo del testo è stata generata con l’intelligenza artificiale)
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