Prosegue il viaggio alla scoperta delle donne nella Bibbia. La letteratura biblica ha riservato alle donne ruoli significativi sia nella storia d’Israele che nelle prime comunità cristiane; spesso trascurate o non considerate, sono figure emblematiche le cui identità e vicende sono da cercare con attenzione e scoprire.
Grazie alla ricerca, allo studio e alla contemplazione di Paolo Pellini, possiamo pubblicare, raccontare e riflettere sulle “donne della Bibbia” rileggendo il testo sacro con la sensibilità propria dei protagonisti dell’accoglienza, genitori e figli, adottivi o affidatari.
Il percorso proposto è iniziato accostando la storia di Giuditta (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda) cui sono seguite quelle di Rut (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda) e di Tamara (prima parte QUI, seconda parte QUI); poi è giunta Ester, cui è dedicato uno dei libri storici della Bibbia (QUI si può leggere la prima parte e QUI la seconda).
Il cammino è ripreso recentemente accostando Giaele: questa è la seconda e conclusiva parte del contributo a lei dedicato (QUI la prima parte).
Un criterio radicale: il bene dell’altro
Pur appartenendo a un popolo alleato con Sisara, Giaele intuisce che la giustizia è dalla parte di Israele, l’oppresso. Non si lascia determinare dalle appartenenze, ma compie un discernimento.
Questo passaggio illumina profondamente l’esperienza adottiva e affidataria. Accogliere un figlio significa spesso uscire da logiche spontanee di equilibrio e sicurezza per lasciarsi guidare da un criterio più radicale: il bene dell’altro. È una scelta che chiede libertà interiore e disponibilità a lasciarsi coinvolgere fino in fondo.
Un gesto radicale: interrompere il ciclo dell’abbandono
Quando Sisara si addormenta, stremato, Giaele compie un gesto radicale e pone fine alla sua fuga, uccidendolo.
Il racconto non insiste sulla violenza, ma sulla responsabilità di una donna che comprende l’attimo fuggente e agisce. Nella sua tenda, luogo domestico e nascosto, si interrompe una catena di oppressione e si apre una possibilità nuova per il popolo. I Cananei, al sapere dell’uccisione di Sisara, si disperdono e smettono di minacciare Israele.
In modo analogo, l’accoglienza adottiva o affidataria è chiamata a interrompere, per quanto possibile, il ciclo dell’abbandono. Non cancella il passato, non elimina le ferite, ma sceglie di non lasciarle determinare il futuro. È un’opposizione concreta al male, che non passa attraverso gesti eclatanti, ma attraverso una fedeltà quotidiana, capace di ricostruire lentamente fiducia e legami.
Un luogo in cui si custodisce la vita
La tenda di Giaele diventa così più di uno spazio fisico: è un luogo in cui la giustizia prende forma dentro la vita ordinaria.
Anche la casa di una famiglia accogliente è, in questo senso, uno spazio decisivo. Non è perfetta, non è priva di limiti, ma è un luogo in cui si sceglie di custodire la vita. Una casa normale può diventare lo spazio in cui un bambino, segnato dall’abbandono, scopre di essere atteso, riconosciuto, chiamato figlio.
Disponibili a farsi strumento di salvezza
Giaele non è una guida riconosciuta, né una guerriera. Eppure, con il suo coraggio, diventa strumento di salvezza. La sua forza non sta nel suo ruolo, ma nella disponibilità alla chiamata: nella capacità di lasciarsi raggiungere dalla realtà e di rispondervi senza sottrarsi.
Questo richiama una dimensione fondamentale dell’accoglienza: non sono richieste famiglie straordinarie, ma famiglie disponibili. Non è la perfezione a generare vita, ma la scelta libera e consapevole di aprirsi, accettando di non avere tutto sotto controllo e scegliendo comunque di esserci, con amore e fedeltà.
Giaele, donna straniera e ai margini che diventa snodo per la salvezza
Quando Barak arriva alla tenda, trova Sisara già morto. Si compie così la parola di Debora: la vittoria è passata attraverso una donna. Non una insider, ma una donna straniera, ai margini.
Molte storie di accoglienza nascono nello stesso modo: non da un progetto perfettamente definito e ragionato, ma da un incontro, da un desiderio che lentamente si chiarisce, da una disponibilità che prende forma dentro la vita concreta. Da una casa che diventa luogo di un passaggio decisivo per qualcuno e, nel tempo, spazio in cui sperimentare una promessa di stabilità e di bene.
La liberazione non è immediata, il cammino chiede tempo
La storia per Giaele però non si conclude definitivamente aprendo le porte della tenda. La liberazione non è immediata, il cammino continua nel tempo.
Così è anche nell’affido e nell’adozione. Non basta un primo gesto, non basta dire un sì iniziale. L’accoglienza è un sì che si rinnova ogni giorno, come in un’alleanza. Come l’alleanza che Jahvè non si stancava di proporre al suo popolo. Chiede fedeltà, pazienza, capacità di restare anche quando non si vedono i frutti. Ci sono tempi di luce, in cui la vita sembra fiorire, e tempi più oscuri, in cui tutto appare fragile e incerto.
Eppure è proprio in questa fedeltà quotidiana che la promessa prende corpo: perché è nella continuità di un amore donato e custodito che, spesso in modo nascosto, la vita rifiorisce e si apre a una fecondità che non era prevedibile, ma che viene donata.
Come Israele, dopo l’intervento di Giaele, può proseguire il suo cammino sostenuto dalla presenza di Dio, così ogni famiglia è chiamata a rimanere, a custodire, a perseverare.è proprio nei luoghi più semplici che può accadere la salvezza
La tenda di Giaele ricorda che è nei luoghi più semplici che può accadere la salvezza
È proprio nelle case delle famiglie accoglienti che continua a compiersi, spesso nel silenzio, una storia di rinascita. Non perché tutto sia risolto, ma perché qualcuno sceglie, ogni giorno, di stare dalla parte della vita. I genitori (e a volte anche i fratelli) si fanno presenza fedele, custodendo e accompagnando; i figli, a loro volta, imparano lentamente a fidarsi, ad affidarsi, a riaprire il cuore.
E questo, nel tempo, trasforma e santifica. Trasforma perché cambia il cuore di chi accoglie e di chi è accolto, generando legami nuovi là dove c’erano ferite. Santifica perché, dentro una fedeltà semplice e quotidiana, prende forma un amore che non è solo umano, ma partecipazione all’amore stesso di Dio, che lentamente ricrea e porta a compimento la vita.
Paolo Pellini
(Paolo Pellini è membro della comunità La Pietra Scartata dell’Arcidiocesi di Milano, un’associazione privata di fedeli costituita nel 2007 da famiglie adottive e affidatarie che, durante la loro esperienza di accoglienza, si sono sentite chiamate a rendere testimonianza dell’amore di Dio Padre ai bambini abbandonati o in difficoltà familiare, annunciando loro la speranza di Gesù bambino abbandonato e risorto)
(seconda parte – fine)
Ti potrebbe interessare:
Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.







