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Le donne della Bibbia. Tamara, strumento della Provvidenza (1)

Il racconto, nascosto tra le pagine della Genesi, di Tamara, donna sfortunata e ingannata, ma capace di seguire con determinazione un piano per rispettare la legge e farsi strumento della Provvidenza di Dio

Lo abbiamo detto in occasione della pubblicazione della storia di Giuditta (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda) e lo abbiamo ripetuto per la pubblicazione della storia di Rut (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda): la Sacra Bibbia è un testo che, nonostante la straordinaria diffusione che ne fa il libero più stampato al mondo, con circa 5 miliardi di copie, nasconde ancora tante pagine e tante storie poco conosciute. Ne sono un esempio quelle dedicate alle figure di donne, come le già citate Giuditta e Rut, e come Tamara, personaggio più nascosto, a cui non è dedicato il nome stesso di un libro stesso, ma che non per questo non merita di essere approfondito.
Lo faremo in due “puntate” che ne ripercorrono la vicenda e offrono spunti di riflessione molto interessanti.
Di seguito, si può leggere la prima parte. Ne seguirà una seconda e conclusiva.

Tamara (prima parte)

La storia di Tamara e di Giuda è racchiusa all’interno della grande storia di Giuseppe d’Egitto, nell’ambito del libro della Genesi. Ci si può domandare il perché di questa scelta del redattore biblico di intersecare le due storie. La risposta è che la storia di Tamara e Giuda, che si preferisce chiamare semplicemente “storia di Tamara” per il ruolo di assoluta protagonista che la donna svolge in essa, ci aiuta a capire anche la storia di Giuseppe.
La storia di Tamara crea quasi un senso di suspense, dopo che il lettore della Genesi è venuto a conoscenza del fatto che Giuseppe è stato venduto a Potifar in Egitto. Inoltre, così inserita, indica anche che Giuseppe ha vissuto separato dalla sua famiglia per un lungo tempo. Suo fratello Giuda, infatti, ha avuto il tempo di sposarsi e di crescere i suoi figli. I primi due di questi, a loro volta, hanno avuto il tempo di sposarsi.
Questa storia offre inoltre un approfondimento sulla famiglia di Giacobbe, che già sapevamo essere un po’ disfunzionale. Infatti Giuda con i suoi fratelli, voleva uccidere Giuseppe per invidia e gelosia per le attenzioni del padre verso il figlio prediletto. Tra i fratelli è stato solo il fratello maggiore, Ruben, a opporsi a questo desiderio scellerato.
Possiamo dire che, alla luce di questa storia, in generale il lettore è meglio preparato alla lettura della seconda parte della stupenda storia di Giuseppe, uno dei punti più alti dell’intera Bibbia, prefigurandosi quali potrebbero esserne gli sviluppi.

La determinazione di Tamara

Il racconto inizia con Giuda che lascia la sua famiglia d’origine per andare nella città di Adullam, vicino a Hebron, in Giudea. Lì sposa una donna cananea di nome Sua, dalla quale ha tre figli maschi. Il primogenito viene chiamato Er. Er sposa a sua volta una donna cananea, di nome Tamara, scelta per lui da suo padre Giuda. Er è un grande peccatore, dice il redattore biblico senza specificare la natura del suo peccato. La conseguenza è che Er muore per volere del Signore. Sua moglie Tamara rimane vedova senza figli e quindi, per la legge del levirato in vigore presso gli Israeliti, il secondogenito di Giuda, chiamato Onan, ha il dovere di sposarla per dare una discendenza al defunto fratello Er. Con il levirato i figli che nascevano dalla nuova unione erano comunque legalmente figli del marito defunto. Sposata Tamar, Onan evita di concepire un figlio con la cognata, perché, al contrario di Tamara stessa, non vuole dare una discendenza al fratello, forse per essere colui che garantisce la discendenza alla famiglia. Il risultato è che, ancora per punizione divina, anche Onan muore. Dio aveva promesso ai patriarchi di moltiplicare la loro discendenza. Onan, con la sua scelta di fare in modo che Tamara non concepisse, andava contro la volontà di Dio.
A questo punto avviene il fatto decisivo della storia: Giuda dovrebbe, sempre secondo la legge del levirato, dare come marito a Tamara il suo terzo figlio, Sela. Ha però paura che Sela muoia come gli altri due fratelli in precedenza. Decide quindi deliberatamente di commettere quella che è a tutti gli effetti una grave ingiustizia. Con la scusa che Sela è ancora troppo giovane per sposarsi, caccia di casa l’innocente Tamara, la quale è costretta a tornare a vivere da suo padre, promettendole che Sela diventerà suo marito quando avrà l’età giusta. In realtà è chiaro che Giuda non ha nessuna intenzione di dare Sela a Tamara ma vuole solo prendere tempo.
Quando Sela cresce e non le viene dato in sposo, Tamara capisce di essere stata ingannata e di aver subito una grande ingiustizia da parte del suocero. Non era previsto dagli usi del tempo che Tamara a questo punto potesse mettersi a discutere direttamente la questione con Giuda. La donna, desiderosa di giustizia, concepisce quindi un piano tanto inedito quanto disperato. Con grande astuzia, determinazione e coraggio Tamara vuole realizzare l’obbiettivo di dare una discendenza al suo defunto marito Er, rispettando la legge del levirato, che non era peraltro propria, si badi bene, del suo popolo d’origine, ma del suo popolo “di adozione”. Tamara decide: sarà Giuda stesso, il responsabile inadempiente dell’applicazione della legge del levirato nella sua famiglia, a dare un figlio a Er.

L’ingiustizia di Giuda

Tamara sa che Giuda si dovrà recare alla città di Enaim per la tosatura delle pecore. Allora si copre il volto con un velo e si mette a sedere all’ingresso della città. In questo modo Tamara appare inequivocabilmente, secondo i costumi del tempo, una prostituta in cerca di clienti.
Il suocero arriva e casca in pieno nel tranello. Non riconoscendola a causa del velo si lascia adescare. I due consumano il rapporto sessuale e Tamara rimane incinta. Giuda, ancora una volta, si mostra inconsapevolmente ingiusto e vittima dei suoi desideri volendo soddisfare subito il suo appetito sessuale.
Segue un colloquio molto significativo tra Giuda e Tamara. Lei si comporta da perfetta donna d’affari, determinata e senza fronzoli. Il suocero non ha di che pagarla lì per lì, allora lei gli chiede come pegno del futuro pagamento il suo sigillo, la sua corda (che serviva a portare il sigillo stesso) e il suo bastone. In pratica la carta di credito dell’antichità.
Tamara, per la sua dignità e per rispetto ad Er, si sente obbligata a ingannare Giuda. Andare con prostitute era considerato a quell’epoca molto stupido (vedi libro dei Proverbi al capitolo 7), ma non era vietato. Unirsi alla nuora, invece, era punibile con la pena di morte per entrambi gli amanti secondo la legge che sarebbe stata promulgata successivamente a questi fatti (vedi libro del Levitico al capitolo 20). Questo fatto ci dà la misura del rischio corso da Tamara per rimediare all’ingiustizia subita. Giuda, dal canto suo, è totalmente inconsapevole del rischio che sta correndo perché è ignaro dell’identità della presunta prostituta.
Giuda accetta di dare in pegno i suoi oggetti alla donna e programma di pagarla in seguito in natura, con un capretto. E ha fretta di farlo. È chiaro il contrasto tra la grande inadempienza di Giuda verso Tamara nel non darle il marito che le spettava e la sua ansia di dare il capretto pattuito come pagamento a una prostituta qualsiasi, incontrata per la strada. Che ipocrisia: Giuda è scorretto ma desideroso di apparire all’esterno come uomo giusto perché benché la prostituzione in Israele a quei tempi non fosse illegale, come detto, gli uomini rispettabili non la praticavano. Giuda quindi, in linea con la sua falsa moralità, successivamente non va di persona a portare il capretto a Tamara, ma manda un amico con lo scopo anche di riprendere l’importante pegno che aveva lasciato presso la sconosciuta. L’amico, però, non riesce a trovare la donna. Sembra scomparsa. Sembra, addirittura, non essere mai esistita. L’amico, dunque, torna da Giuda e gli riferisce il risultato negativo della sua ambasciata. A quel punto Giuda decide di lasciar perdere la cosa perché non vuole essere deriso dalla gente, nel caso il fatto si venisse a sapere. In realtà Giuda ancora non sa che, dopo tre mesi, effettivamente sarebbe stato molto deriso dalla stessa gente. Infatti tre mesi dopo gli viene portata la notizia che Tamara si prostituisce e, a seguito di ciò, è rimasta incinta. Uno scandalo: Tamara era ufficialmente fidanzata con Sela e pertanto non avrebbe dovuto avere rapporti intimi con nessun altro. Giuda non ha esitazioni: legalmente responsabile della condotta della donna, chiede che sia immediatamente prelevata e bruciata viva. E qui non si può non notare che la pena per l’adulterio era di solito la lapidazione non il rogo. Il rogo, pena più pesante, era riservato alle figlie adultere di sacerdoti. Giuda dispone per Tamara, con un’altra dose di profonda ingiustizia, la pena più estrema.

La realizzazione della provvidenza divina

Ma ecco, all’apice dell’abuso verso la povera Tamara, lo showdown: Tamara manda a dire al suocero che l’uomo che l’ha messa incinta è il proprietario degli oggetti che lei aveva conservato come pegno da parte di Giuda, che gli vengono mandati in visione. Giuda riconosce gli oggetti, capisce cosa è successo e capisce che il vero colpevole non è Tamara, ma è lui stesso. Giuda porta lo stesso nome di colui che tradirà il Signore e lo venderà per trenta sporchi denari e che, dopo aver capito il suo errore, non riuscirà a sfuggire all’abisso del senso di colpa. Il Giuda di Tamara, invece, si mette in discussione e probabilmente si perdona. Opera un completo ribaltamento di prospettiva su di sé e su Tamara, capendo di aver sbagliato e con la voglia di rimediare: “Lei è più giusta di me”, dice (Gen. 38, 26). Avrebbe potuto dire più correttamente “Lei è giusta, io ingiusto”. Questo fa intuire come un processo di maturazione e conversione si sia innescato in Giuda in vista di quanto accadrà poi con Giuseppe. E la persona che ha innescato questo processo è Tamara che ha rischiato la sua vita per fedeltà alla legge del marito.
Il tema è tipico della Genesi: gli ingannati ricevono giustizia. I preferiti da Dio, in generale, sono i più piccoli, i figli minori, gli ingannati, i delusi. Anche in questa storia è il figlio minore, Sela, l’unico dei tre fratelli a sopravvivere, perché non ha peccato. Questo fatto si inserisce in una linea che vede i figli minori preferiti ai maggiori: Abele preferito a Caino, Giacobbe a Esaù, Giuseppe a Ruben, Efraim a Manasse, Peres a Zerach, Davide ai suoi fratelli maggiori. È la divina provvidenza che si realizza così!

(1 continua) 

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