La seconda parte della vicenda di Giuditta e il suo “incontro” con il Dio degli umili, dei piccoli, dei deboli, degli sfiduciati ma non dei disperati. Il coraggio di chi si fida ciecamente del progetto di Dio (parte 2)
Prosegue l’esplorazione delle storie, spesso poco conosciute, della Sacra Bibbia in cui le protegoniste sono delle figure di donne eccezionali. Donne come Rut, Ester, Giuditta… di cui forse si è sentito giusto il nome, ma poco si sa di come vissero e cosa fecero.
La prima storia affrontata è quella di Giuditta, protagonista dell’omonimo libro dell’Antico Testamento.
Questa è la seconda e ultima parte del racconto, La prima può essere letta QUI.
Giuditta (seconda parte)
Betulia, la città di Giuditta, è una piccola città ma, da un punto di vista militare riveste un ruolo strategico fondamentale. È situata a monte del passo tra le montagne che chiude la strada che porta a Gerusalemme: se cade Betulia anche Gerusalemme cadrà. L’esercito di Oloferne è accampato nella pianura ai piedi della montagna di Betulia. Vedendo dall’alto l’esercito nemico avvicinarsi, gli abitanti di Betulia, in preda al terrore, adorano Dio e lo pregano, chiedendogli insistentemente aiuto.
Oloferne decide di assediare la città. Dopo circa un mese di assedio, il popolo si scoraggia. Perde la fiducia in Dio ed è convinto ormai di non farcela. È disposto a farsi schiavo degli assiri pur di salvarsi.
A questo punto il racconto presenta il personaggio di Giuditta. È vedova da tre anni. La sua vita è fatta di preghiera, digiuno, carità e lavoro, avendo ereditato dal marito un'”zienda agricola” da portare aventi. È persona stimata a Betulia.
Bisogna avere fede e pregare, dice Giuditta. Ricorda che, dopo il ritorno da Babilonia, il popolo di Dio non si è più dato agli idoli, pertanto Dio sicuramente lo aiuterà. Incita poi alla resistenza: se l’esercito nemico supererà le montagne non troverà più nessun ostacolo sulla strada verso Gerusalemme e devasterà la città santa da poco ricostruita.
Giuditta strumento di Dio
A questo punto Giuditta, in un moto dell’animo apparentemente paradossale, eleva a Dio un ringraziamento per aver messo Israele alla prova. Giuditta sa che Dio agisce anche così, saggiando il cuore degli uomini, per raffinarlo e tirare fuori il meglio che è contenuto in esso.
I capi riconoscendo le virtù di Giuditta, affermano che, se lei pregherà, Dio salverà la città.
La risposta di Giuditta è sorprendente e profetica: non solo lei pregherà, ma Dio si servirà proprio di lei per salvare Israele.
Rimasta sola dopo aver parlato con i capi, Giuditta per prima cosa prega. Ricorda a Dio che questa guerra è mossa direttamente contro di Lui. Lui deve intervenire! Si rivolge a Dio dicendo: “Tu sei il Signore, che stronchi le guerre” (cioè fai finire le guerre dando la vittoria ai giusti). È la preghiera di una donna facente parte di un popolo pacifico che viene ingiustamente attaccato da un popolo aggressivo e molto più numeroso. Potrebbe essere la preghiera di una donna ucraina oggi o di qualunque donna che si senta sopraffatta dall’ingiustizia, anche quella della sterilità o quella dell’abbandono.
Il Dio invocato da Giuditta è il Dio degli umili, dei piccoli, dei deboli, degli sfiduciati ma non dei disperati ma anzi di chi non si rassegna al male. È il Dio, che usa le coppie sterili per salvare un bambino dall’abbandono, suscitando un estremo desiderio di diventare genitori. Tanto forte da affrontare anche l’umiliazione e la paura del fallimento, scoprendo la loro particolare forma di fecondità. È il Dio che usa le coppie “pazze e insoddisfatte” per salvare un bambino dalla trascuratezza e dal dolore, tramite l’affido.
Giuditta, già bellissima, si fa ancora più bella con i monili e con vesti stupende. Si profuma. Coraggiosa come una leonessa, si dirige insieme alla sua fedele ancella verso il campo degli assiri. Al posto di blocco dice ai soldati: “Sono una spia, devo mostrare a Oloferne la strada migliore verso Gerusalemme” fingendosi una collaborazionista. Viene scortata nella tenda di Oloferne. E lì, con Oloferne, si finge devota di Nabucodonosor facendo atto di sottomissione. Blandisce Oloferne e, ricordandogli le parole di Achior, afferma che gli Israeliti sono deboli perché stanno peccando e quindi il loro Dio li ha abbandonati e non li aiuterà. Fa credere al generale nemico di essere stata mandata a lui da Dio per condurlo a Gerusalemme. È un piano tanto astuto quanto coraggioso, quello di Giuditta. Oloferne abbocca, colpito anche dalla bellezza e dalla personalità di Giuditta. La chiama “donna bellissima e sapientissima” e dichiara il desiderio di convertirsi al suo Dio. Il testo biblico afferma chiaramente che Oloferne invece desidera sessualmente Giuditta. Oloferne invita Giuditta a un banchetto nella sua tenda, evidentemente per sedurla. Ma Oloferne beve molto vino e, solo nella sua tenda con la donna, è sdraiato sul letto ubriaco fradicio. È il momento. Giuditta prende la scimitarra di Oloferne e con tutta la sua forza lo colpisce al collo ripetutamente, tanto da staccargli la testa. La Bibbia dice espressamente che il coraggio di Giuditta viene da Dio.
Andare controcorrente per cambiare un angolo di mondo
La forza di affrontare situazioni rischiose viene da Dio, dalla consapevolezza di non essere mai abbandonati da Lui (“Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” Isaia 49,15), solo questo ci rende capaci di azioni contrarie al pensiero comune che afferma che solo il legame di sangue con un figlio è valido; che afferma che se un bambino nasce in una famiglia compromessa è compromesso per sempre.
Andare controcorrente per cambiare un angolo di mondo è la sfida di ogni genitore, ma ancor più lo è nell’accoglienza di un figlio generato nella carne da altri. Matteo 10,16 afferma: “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”. È necessario essere prudenti nel non sottomettersi alle insidie del pensiero mainstream, segnato dall’individualismo, dalla conquista facile ma senza scrupolo. Allo stesso tempo occorre essere semplici, miti perché la forza per affrontare le situazioni non viene da noi.
Giuditta poi avvolge la testa del generale in un telo staccato dal letto e scappa dall’accampamento, portandosela dietro, con la sua ancella. Le due donne riescono a tornare sane e a Betulia. Lì, dopo aver mostrato la testa di Oloferne ai suoi concittadini, Giuditta dice agli uomini di attaccare immediatamente perché gli assiri, scoprendo di essere senza il loro comandante, si troveranno senz’altro in una situazione di grande sgomento e confusione. Così fanno.
Gli assiri, scoprendo il corpo di Oloferne decapitato vanno nel panico, correndo ciascuno in direzione diversa. Gli Assiri vengono sbaragliati dagli Israeliti e Israele è salvo. Giuditta ringrazia Dio con un canto che è uno dei componimenti lirici più belli dell’intera Bibbia. Il canto di Giuditta ricorda i canti di ringraziamento di Mosè, di Debora e di Tobia.
Infine l’intero popolo sale a Gerusalemme a ringraziare Dio e a offrigli i sacrifici e gli olocausti nel tempio. Questa festa di ringraziamento, cui partecipa Giuditta, dura tre mesi.
Giuditta ritorna poi nella sua Betulia, dove non si risposa, nonostante i numerosi pretendenti, e muore in tarda età. Israele sarebbe stato per molto tempo lontano dai pericoli costituiti dai popoli vicini dopo la sua morte.
Lasciamoci ispirare da Giuditta, dalla sua intelligenza e dal suo coraggio, per combattere i nostri “Oloferni”: per combattere l’abbandono ci vuole conoscenza del nemico e astuzia, serve una fede profonda che renda i bambini accolti visceralmente figli perché solo l’amore estremo permette di affrontare un nemico come il dubbio, la paura, la stanchezza, la disperazione.
Giuditta ci insegna a credere che Dio sceglie ognuno di noi per una missione grande e ci fa unici attraverso doni speciali che solo noi possiamo decidere se usare per il bene o per il male. Questa unicità non può che dare la certezza che ogni vita salvata è una creatura speciale salvata di cui solo Dio conosce la ricchezza. La storia di dolore di figlio devastato dall’abbandono non è vana, non va rinnegata ma valorizzata.
Giuditta ci insegna anche a ringraziare, una volta che abbiamo esperimentato l’aiuto decisivo portato da Dio nella nostra accoglienza e a riconoscere che, senza di Lui, non ce l’avremmo mai fatta.
E ricordiamoci che Giuditta è una donna. Sono le donne, che spesso, negli antichi racconti dell’umanità salvano interi popoli. A volte non ce ne rendiamo conto, ma questo succede spesso anche ai nostri giorni.
(2 fine)
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