Riprendiamo il viaggio alla scoperta delle donne nella Bibbia, in quella raccolta di testi, patrimonio della tradizione ebraica e cristiana, in cui sono presenti anche diverse figure femminili, alcune delle quali sono tra le più note e altre decisamente meno.
Alle donne la letteratura biblica ha riservato ruoli significativi nella storia d’Israele e nelle prime comunità cristiane, spesso trascurati o non considerati, figure emblematiche le cui identità e vicende sono da cercare con attenzione e scoprire nelle pagine del Testo Sacro. Per esempio, non sono conosciute da tutti le storie, bellissime, di donne eccezionali che quasi “si nascondono” tra le pagine. Donne come Rut, Ester, Giuditta … di cui forse si è sentito giusto il nome, ma poco si sa di come vissero e cosa fecero.
Grazie a questa serie di contributi, frutto dello studio e del lavoro di Paolo Pellini, intendiamo raccontare, rileggere e riflettere sulle “donne della Bibbia” con la sensibilità propria dei protagonisti dell’accoglienza, genitori e figli, adottivi o affidatari.
Il percorso è iniziato accostando la storia di Giuditta (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda) cui sono seguite quelle di Rut (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda) e di Tamara (prima parte QUI, seconda parte QUI); poi è giunta Ester, cui è dedicato uno dei libri storici della Bibbia (QUI si può leggere la prima parte e QUI la seconda).
Il cammino riprende accostando Giaele: questa è la prima parte del contributo a lei dedicato, cui ne seguirà una seconda e conclusiva parte.
La tenda di Giaele: un luogo decisivo per la vita
Nel libro dei Giudici (Gdc 4–5), la figura di Giaele si inserisce in un tempo fragile della storia di Israele, segnato da infedeltà verso Dio, oppressione da parte dei popoli vicini e invocazione di salvezza. Le tribù vivono senza unità, attraversate da paura e disorientamento.
In questo contesto, Dio continua a operare in modo sorprendente, scegliendo vie non scontate e persone marginali: donne, stranieri (o donne straniere, come in questo caso), figure che non occupano posti di rilievo.
Accanto a Debora, profetessa e giudice, e a Barak, chiamato a guidare l’esercito israelita, emerge Giaele, donna kenita, una straniera appartenente a un gruppo nomade imparentato con Israele ma che non ne fa pienamente parte. Lei vive ai margini della storia d’Israele e, a motivo dell’alleanza del suo clan con i Cananei, sembra collocarsi, almeno in apparenza, fuori dal conflitto tra il popolo di Israele e l’esercito cananeo guidato da Sisara, che sta attaccando e minaccia la sopravvivenza di Israele.
Eppure, proprio la tenda di Giaele diventerà un luogo decisivo per la vita.
La vittoria passerà attraverso una donna
Debora convoca Barak e lo invita a radunare le tribù per dare battaglia a Sisara. Israele da tempo vive sotto l’oppressione del re cananeo Iabin: un dominio pesante, reso ancora più temibile dalla superiorità militare dei suoi carri di ferro. Barak accetta, ma chiede a Debora di accompagnarlo: riconosce la propria fragilità e il bisogno di non essere solo. In questa richiesta si intravede una verità profonda: la salvezza non passa attraverso eroi solitari, ma attraverso relazioni che sostengono e rendono possibile il cammino. Anche nell’esperienza dell’accoglienza familiare accade così: nessuna famiglia è chiamata a essere autosufficiente, ma a lasciarsi accompagnare, sostenuta da altre famiglie e da una comunità che condivide la stessa responsabilità.
Debora acconsente, annunciando però, con le sue qualità di profetessa che prevede il futuro, che la vittoria passerà attraverso una donna (Gdc 4,9).
Inizia la battaglia. Lo scontro prende una piega inattesa: una violenta e improvvisa pioggia (intervento provvidenziale divino) rende inutilizzabili i carri di Sisara, trasformando la sua forza in debolezza. Sisara fugge a piedi e cerca rifugio proprio nella tenda di Giaele.
L’ospitalità e l’accoglienza di Giaele
Qui il racconto si concentra sulla figura di Giaele.
Lei accoglie Sisara. Lo invita a entrare, gli offre latte, lo copre. Sono gesti semplici, quotidiani, che parlano di cura concreta. Accogliere passa sempre attraverso questi segni essenziali: offrire ristoro, protezione, un luogo sicuro.
È una scena che richiama con forza l’esperienza dell’affido e dell’adozione. Anche lì tutto comincia così: da una casa che si apre, da un letto preparato, da un pasto condiviso. Non sono gesti straordinari, ma gesti che, per chi li riceve, possono segnare un passaggio decisivo. Una casa diventa il primo luogo in cui un bambino può ricominciare a sentire che la vita può essere affidabile.
Eppure, dentro questa accoglienza si gioca qualcosa di più profondo.
Giaele non si limita a ospitare. Davanti a sé, in Sisara, ha una storia segnata dalla violenza e dall’oppressione. Sisara non è semplicemente un ospite: porta con sé un mondo ferito, una logica che continua a generare dolore.
Anche nell’accoglienza familiare, il bambino che arriva non è mai “solo” un bambino. Porta memorie, ferite, paure, talvolta difese costruite per sopravvivere. Accoglierlo significa inevitabilmente entrare in quella storia, lasciarsi toccare e interrogare da essa.
Paolo Pellini
(Paolo Pellini è membro della comunità La Pietra Scartata dell’Arcidiocesi di Milano, un’associazione privata di fedeli costituita nel 2007 da famiglie adottive e affidatarie che, durante la loro esperienza di accoglienza, si sono sentite chiamate a rendere testimonianza dell’amore di Dio Padre ai bambini abbandonati o in difficoltà familiare, annunciando loro la speranza di Gesù bambino abbandonato e risorto)
(prima parte – continua)
Ti potrebbe interessare:
Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.







2 Commento
direttore
Grazie Francesca , cercheremo di fare sempre meglio
La redazione “ La Pietra Scartata “
Elena Francesca op
Grazie. Per me siete una scoperta che condividerò.