Con la pubblicazione della seconda parte, completiamo il contributo di Paolo Pellini dedicato ad Abigail, una delle presenze femminili più luminose dell’Antico Testamento: una donna “bella e intelligente”, ma soprattutto capace di leggere la realtà con sapienza e di agire con prontezza dentro la storia di Dio.
Abigail e l’accoglienza
La figura di Abigail parla con forza anche oggi, soprattutto a chi vive l’accoglienza.
Nel suo gesto ritroviamo qualcosa di profondamente familiare alle esperienze di adozione e affido così come raccontate spesso dall’Associazione di fedeli La Pietra Scartata: la scelta di esporsi personalmente per salvare una vita, senza attendere condizioni ideali, senza garanzie, spesso dentro situazioni ferite e complesse.
Abigail entra in una storia segnata da durezza e ingiustizia e, senza negarla, vi introduce un principio nuovo. Allo stesso modo, molte famiglie accoglienti decidono di entrare nella storia concreta di un bambino – talvolta segnata da abbandono, povertà affettiva, ferite profonde – non per giudicarla ma per trasformarla dall’interno con un atto di gratuità e di giustizia.
Essere intraprendenti e generare possibilità di vita
Ogni bambino ha diritto a una famiglia e l’accoglienza è la risposta concreta a questa mancanza originaria: non un gesto assistenziale, ma un atto che restituisce identità filiale e futuro. In questo senso, il movimento di Abigail anticipa quello di ogni madre e padre adottivo o affidatario: andare incontro, prevenire la distruzione, generare una possibilità di vita.
Offrire speranza contro ogni pregiudizio
C’è un altro aspetto decisivo. Abigail si assume una colpa non sua per proteggere altri. È un gesto che richiama quella disponibilità, spesso silenziosa, delle famiglie accoglienti a portare pesi che non hanno generato, a farsi carico di storie interrotte, di ferite che chiedono tempo, pazienza e misericordia. Non si tratta di sostituirsi alla storia del bambino, ma di offrirgli uno spazio dove questa possa essere riletta e guarita per alleggerire di quello stesso peso il figlio accolto, vittima innocente di difficoltà altrui.
Si potrebbe dire che Abigail riconosce in Davide, benchè ancora ferito e minaccioso, una promessa, e in Nabal, pur nella sua chiusura, un limite da non assolutizzare. Così fa ogni famiglia accogliente: vede oltre, riconosce un bene possibile anche dove tutto sembra perduto. La speranza certa è il motore che muove un genitore, in particolare quando si trova a combattere il pregiudizio diffuso che una vita segnata fin da principio dal disagio non possa divenire una vita buona.
Uno spirito profetico
La tradizione biblica ha visto in Abigail una donna dotata di spirito profetico. Non tanto perché predice eventi, ma perché discerne il futuro già in atto nel presente: vede Davide come re quando ancora è un fuggiasco, e agisce di conseguenza.
Questa capacità è sorprendentemente vicina all’esperienza di molti genitori adottivi e affidatari: intravedere, dentro una fragilità, una vita piena che ancora non si manifesta; riconoscere un “già, ma non ancora”. Riconoscere che, secondo il pensiero del teologo O. Cullmann (testo di riferimento: Cristo e il tempo), la storia della salvezza è un’unica linea tra promessa e compimento. È una forma di fede che si incarna nel riconoscere che “tu non sei solo ciò che ti è accaduto”. Accogliere è riconoscere che ogni bambino è più della sua ferita, è una promessa affidata. In questa prospettiva, ogni famiglia accogliente diventa luogo in cui si compie una piccola profezia di resurrezione.
Lasciarsi guidare da Dio nelle trame della storia
Abigail ci consegna un’immagine forte e concreta: quella di una donna che, entrando con decisione in una situazione di conflitto, sceglie di stare dalla parte della vita, pagando di persona. Dio la premierà: lei diventerà moglie di Davide e futura regina di Israele. Insieme avranno un figlio, Daniele.
La sua storia ci ricorda che Dio continua a operare attraverso gesti liberi e coraggiosi, attraverso persone capaci di anticipare il bene quando ancora non si vede.
Oggi, queste “Abigail” vivono nelle famiglie adottive e affidatarie: donne e uomini che, con prontezza e fiducia, si mettono in cammino verso il bambino nel bisogno, diventando strumenti di pace, custodi di vite e generatori di futuro.
Come allora, anche oggi, il bene nasce così: da qualcuno che decide di non restare fermo e si lascia guidare, passo dopo passo, dentro il disegno di Dio.
(seconda parte – fine. La prima parte del contributo è disponibile QUI)
Paolo Pellini
(Paolo Pellini è membro della comunità La Pietra Scartata dell’Arcidiocesi di Milano, un’associazione privata di fedeli costituita nel 2007 da famiglie adottive e affidatarie che, durante la loro esperienza di accoglienza, si sono sentite chiamate a rendere testimonianza dell’amore di Dio Padre ai bambini abbandonati o in difficoltà familiare, annunciando loro la speranza di Gesù bambino abbandonato e risorto)
Ndr: il percorso dedicato alle donne della Bibbia, frutto dello studio e della ricerca di P. Pellini, è iniziato accostando la storia di Giuditta (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda) cui sono seguite quelle di Rut (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda), Tamara (prima parte QUI, seconda parte QUI); Ester, cui è dedicato uno dei libri storici della Bibbia (QUI si può leggere la prima parte e QUI la seconda), Giaele (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda), Rebecca (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda), Agar (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda), Susanna (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda), Anna (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda) e Miriam (prima parte QUI, seconda parte QUI);
(L’immagine proposta a corredo del testo è stata generata con l’intelligenza artificiale)
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