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Le donne della Bibbia. Giuditta (1)

Un viaggio alla scoperta delle donne della Bibbia, figure bellissime e un po’ nascoste tra le pagine del Testo Sacro. Partiamo da Giuditta, una underdog scelta ancora una volta da Dio per aprire vie di salvezza

La Sacra Bibbia è un testo ricchissimo e, purtroppo, in molte parti ancora poco conosciuto. Sembra assurdo per quello che è il libro più diffuso al mondo (il Guinness dei primati parla di qualcosa come 5 miliardi di copie), nonché il primo in assoluto a essere stampato, ma è vero che, fatta eccezione per i Vangeli e pochi altri libri i cui passi venogno letti con più frequenza durante le funzioni religiose, molte storie e personaggi di questo testo non sono noti ai più.
Per esempio, non sono conosciute da tutti le storie, bellissime, delle tante figure di donne eccezionali che quasi “si nascondono” tra le pagine. Donne come Rut, Ester, Giuditta… di cui forse si è sentito giusto il nome, ma poco si sa di come vissero e cosa fecero.
Questa serie di articoli mira proprio a raccontare, rileggere e riflettere sulle “donne della Bibbia“, a partire da Giuditta, protagonista dell’omonimo libro.
Questa è la prima parte, cui ne seguirà una seconda e conclusiva.

Giuditta (prima parte)

Il libro di Giuditta fa parte dei cosiddetti “libri storici” della seconda sezione dell’Antico Testamento; questa sezione è composta da 15 libri e, nella sequenza dei libri, si colloca tra il Pentateuco (i primi 5 libri dell’AT) e i “libri sapienziali”. C’è poi anche una quarta sezione che comprende i “libri profetici”.
Il libro di Giuditta è un libro deuterocanonico, ovvero non è compreso dalla Bibbia ebraica e da quelle protestanti, ma è contenuto in quella cattolica e in quella ortodossa. Gli Ebrei non l’hanno inserito nel loro canone per due motivi: il primo riguarda la composizione tardiva, probabilmente di epoca maccabaica; il secondo riguarda la sua universalità, caratteristica che non è vista di buon occhio dal canone ebraico che predilige i racconti riguardanti strettamente il popolo di Israele, il popolo di Dio.
Lutero, che voleva restaurare l’”hebraica veritas”, successivamente l’ha espunto anche dal canone luterano, accettando in esso solo i libri della Bibbia ebraica. Per i protestanti, quindi, questo libro, come tutti i libri deuterocanonici, non è da considerare valido per la formulazione di articoli dottrinali ma ha solo valore per un’edificazione personale.
Il nome Giuditta significa “la Giudea”, pertanto rappresenta una donna giudea ideale, che può rappresentare una qualsiasi donna giudee. Giuditta viene descritta nel testo biblico come giovane, vedova e ricca, con qualità morali notevoli. È virtuosa, timorata di Dio, forte, saggia, coraggiosa e nutre una forte fede verso il Dio. Per concludere questo quadretto positivo, è anche estremamente bella.
Gli avvenimenti descritti nel libro non sono propriamente storici, ma riportano l’eco di fatti storici realmente accaduti in vari periodi della storia del popolo di Israele. La cosa che colpisce della storia di Giuditta è che anche lei, come altri personaggi della Bibbia, viene “utilizzata da Dio” in quanto underdog, outsider, personaggio apparentemente debole, inadeguato.
L’inadeguatezza nasce dalla sua condizione: prima di tutto Giuditta è donna e nel mondo semitico della Bibbia le donne erano considerate figure di secondo piano rispetto agli uomini; in secondo luogo era rimasta vedova dopo pochi anni di matrimonio, situazione che la poneva ancora più ai margini della società in quanto senza un uomo che se ne facesse carico.
Eppure Dio, attraverso di lei, salva il Suo popolo, il popolo di Israele. Ancora una volta, Dio nel debole trova un alleato per la salvezza. Ma questo accade anche sempre: Dio sceglie i “difettosi” per aprire vie di salvezza.

Il rilfesso di Giuditta nelle mamme adottive e affidatarie

Nella nostra esperienza associativa, basta pensare a come una mamma adottiva, agli occhi di molti, in quanto segnata dall’infertilità, venga considerata una “poverina” che ripiega su un figlio non suo; oppure come una mamma affidataria sia un’insoddisfatta che ha deciso di portarsi in casa grossi guai, accogliendo un bimbo o una bimba in grande difficoltà famigliare, un “caso sociale” anzi due: la madre affidataria e l’affidato.
Eppure queste mamme donano vita nuova, rinascita, serenità, futuro come tutte le mamme.
Nella Mishnah e nel Talmud, testi fondamentali dell’ebraismo, si legge: “Chi salva una vita, salva il mondo intero” (Sanhedrin 4,9), per sottolineare l’estrema importanza dell’atto umano che salva la vita di un altro uomo, anche rischiando in prima persona.
Ciò è profondamente vero: queste mamme, adottive e affidatarie, come Giuditta, riescono a salvare un popolo e il mondo intero. Salvando un bimbo, donano la possibilità di un futuro migliore all’umanità intera, aiutate certo dai loro compagni e mariti fedeli, allo stesso modo in cui Giuditta si fa aiutare dalla sua fedele ancella. Salvare un figlio significa salvare ciò che Dio ha pensato per lui, il creato.
Il trionfo infatti appartiene a Dio. È lui che, attraverso le tante “Giuditte” di oggi opera nel mondo e trionfa sul male dell’abbandono, della trascuratezza, dell’abuso.

La storia di Giuditta

Il racconto narra che il terribile Nabucodonosor, re degli Assiri a Ninive, vuole conquistare l’Occidente, colpevole di non averlo aiutato nella progettata guerra contro l’Oriente. Nabucodonosor, nella storia, è stato un re assiro al tempo della distruzione di Samaria, capitale del Regno del Nord. Non c’entra nulla con il tempo in cui è collocata la storia di Giuditta, che è quello postesilico, dell’avvenuto ritorno da Babilonia e della ricostruzione di Gerusalemme e del tempio. Nabucodonosor è utilizzato dal narratore come simbolo di sovrano potente ed empio, avversario del popolo di Dio. Simboleggia quindi il male della tirannia, un male come lo è l’abbandono di un bambino. Male che Dio vuole sconfiggere. Nabucodonosor è arrogante e blasfemo. Vuole essere adorato come Dio da tutti i popoli del mondo. Per questo dà mandato al generale del suo potente esercito, Oloferne, non solo di conquistare l’Occidente (dove era collocato anche Israele) ma di distruggere tutti i santuari di tutti gli dei incontrati, perché non ci fossero “concorrenti” alla sua supposta divinità. Dove c’è bene il male si insinua, chi lotta strenuamente contro l’abbandono incorre in incredibili ostacoli. Il male non molla, ci vuole tenacia, motivazione e coraggio per tenere la rotta a dritta.
L’esercito di Oloferne è inarrestabile e semina distruzione in Occidente. Dopo l’avvenuta distruzione di vari popoli, gli ebrei sono consapevoli di essere i prossimi in predicato di essere annientati. Sono da poco ritornati dall’esilio e vivono in pace a Gerusalemme, dopo aver ricostruito la città e il tempio, dopo le sofferenze babilonesi, e nelle zone montagnose circostanti la città di Sion. Dopo aver a lungo peccato (è il peccato ad aver provocato le loro disavventure), gli israeliti sono in pace con il loro Dio. Di fronte alla minaccia costituita da Oloferne digiunano e pregano Dio di salvarli. Con grande fede, non si abbassano a fare atto di sottomissione verso Oloferne: gli ebrei, infatti, sono sottomessi solo al loro Dio.
A questo punto compare un personaggio fondamentale del racconto: Achior, un ammonita che si è unito all’esercito invasore e che conosce bene il popolo di Israele e il suo Dio. Lui suggerisce a Oloferne di attaccare Israele solo se il popolo israelita è effettivamente nel peccato e quindi se il loro Dio è adirato contro di esso. In caso contrario, dice, sarebbe meglio lasciare perdere perché, anche se Israele è debolissimo a livello militare, il loro Dio è talmente potente che troverebbe il modo di sconfiggere l’invincibile esercito di Oloferne, il quale sarebbe di conseguenza destinato al dileggio da parte di tutti popoli del mondo.
Le parole di Achior sono profetiche. Mostrano come Dio agisce nella storia se si ha fede in Lui, se lo si prega con fiducia e insistenza di sostenere le nostre decisioni e azioni. La salvezza è sicura per chi ha fede certa che ogni figlio è anche nostro figlio. Achior è molto saggio, ma non viene ascoltato. Agli occhi di Oloferne Israele è come un insetto da spazzare via. Non è proprio il caso, pensa nella sua presunzione, di ascoltare le parole di un menagramo come Achior. Ecco di nuovo un underdog: anche Achior, come Israele, come Giuditta, come le mamme adottive e affidatarie, è un underdog della storia umana scelto da Dio.
Oloferne è come il suo re, blasfemo e bestemmiatore. Se la prende con Achior, innocente e fedele, e lo consegna agli abitanti di Betulia, la città ebrea di Giuditta, convinto che la città capitolerà a breve e Achior sarà ucciso insieme a tutti i suoi abitanti. È un piano perverso. Oloferne risparmia la vita ad Achior solo in vista di una sua successiva morte cruenta insieme al popolo che ha osato difendere.
In realtà Achior ha detto il vero. Non solo non morirà, ma si convertirà all’ebraismo. La sua onestà sarà premiata da Dio.

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