Con la pubblicazione della seconda parte, completiamo il contributo di Paolo Pellini dedicato a Miriam, sorella di Mosé, la cui presenza si colloca in alcuni momenti decisivi della storia di Israele e offre una chiave di lettura preziosa per comprendere anche l’esperienza dell’accoglienza adottiva e affidataria.
Gratitudine e qualità del tempo
La gratitudine emerge quando il bambino scopre che la propria vita, pur segnata da delle ferite, non è stata abbandonata al caso. Nasce quando l’esperienza dell’essere amato diventa sufficientemente stabile da poter essere interiorizzata. In questo senso, il canto di Miriam non è solo un punto di partenza, ma soprattutto un approdo: la capacità di rileggere la propria storia alla luce del bene ricevuto.
Questo sguardo ha una conseguenza importante anche per chi accoglie. Invita a non misurare il valore dell’esperienza sui risultati immediati, sul comportamento o sul ritorno affettivo del bambino accolto. Il bene seminato può restare a lungo nascosto, come sotto la sabbia del deserto. Il compito degli adulti è, allora, quello di custodire le condizioni perché la crescita sia possibile: offrire stabilità, verità, continuità. La consapevolezza che il tempo dell’accoglienza è, comunque, un tempo buono, anche quando appare faticoso.
Una promessa fedele
In questa prospettiva diventa decisivo il riferimento alla fedeltà di Dio. All’origine di ogni percorso di accoglienza c’è una promessa che precede tutto: la vita donata non è mai abbandonata, neppure quando sembra smarrita. Questa consapevolezza può sostenere le famiglie nei momenti di difficoltà, quando emergono incomprensioni, chiusure, scoraggiamento. Aiuta a non ridurre tutto alle proprie forze o alla riuscita immediata, ma a rimanere dentro un cammino certo anche quando i frutti non sono visibili in tempi brevi.
Il canto di Miriam non esprime un entusiasmo immediato per aver scongiurato il peggio, ma la scoperta, maturata nel tempo, che il bene non è venuto meno, nonostante il travaglio vissuto. È questa fiducia che sostiene il percorso del popolo di Israele e della famiglia accogliente: la certezza che, anche nelle fatiche, una promessa continua a compiersi.
La dimensione profetica dei figli accolti
Accanto a questo, la figura di Miriam rivela anche una dimensione profetica. La profezia, nella Bibbia, è la capacità di leggere la realtà alla luce di Dio e di indicare una direzione futura. In questa luce, anche i bambini accolti non sono soltanto destinatari di cura, ma possono diventare, con la loro stessa storia, portatori di una parola profetica. La loro esperienza, attraversata dal dolore, ma aperta alla rinascita, interpella profondamente le comunità e tende a trasformare coloro che la incontrano, rendendoli più consapevoli, più capaci di relazione, più disponibili all’accoglienza.
Lo sguardo di Miriam bambina
All’inizio della vicenda di Mosè, Miriam appare in modo diverso, ma altrettanto significativo: da bambina, veglia da lontano mentre il fratellino, affidato alle acque dalla madre, è esposto a un destino incerto. Il suo è uno sguardo discreto, ma decisivo, che custodisce e attende, finché il piccolo è salvato dalla figlia del Faraone. Questa immagine richiama ciò che accade prima di ogni accoglienza e ne svela una dimensione spesso nascosta, ma essenziale. Prima che un bambino entri in una famiglia, esiste un tempo fatto di attese, passaggi delicati e decisioni complesse. In questo tempo agiscono molte persone: operatori, educatori, assistenti sociali, giudici, volontari, ma anche figure meno visibili nei contesti di origine (ad esempio zii, nonni, amici, operatori sociali e degli orfanotrofi dei paesi d’origine dei bambini in adozione internazionale). Ognuno contribuisce, a suo modo, a custodire una possibilità, a impedire che la vita del bambino venga definitivamente segnata dalle sue ferite. Sono presenze spesso sconosciute alle stesse famiglie accoglienti, ma profondamente coinvolte. Il loro operare è attraversato da attesa, responsabilità, speranza. In questo senso possono essere accostate a Miriam bambina: non protagoniste evidenti, ma custodi fedeli di un passaggio delicato, capaci di vegliare e di credere in un esito buono anche quando non è ancora visibile.
L’arte di riconoscere e decifrare una storia
Questa consapevolezza aiuta ad allargare lo sguardo: il bambino che arriva non giunge dal nulla, ma porta con sé una storia già abitata da volti e da gesti di cura, anche se fragili o incompleti. Riconoscere questo intreccio significa collocare l’accoglienza dentro una rete più ampia, che non cancella il passato, ma lo accoglie e lo rispetta. Dentro questa trama, il bene non è sempre immediatamente evidente. Spesso cresce in modo silenzioso, fragile, nascosto. Per questo, ritornando alla Miriam adulta del Mar Rosso, il canto di Miriam acquista un significato ancora più profondo: invita a riconoscere ciò che sta accadendo anche quando non appare. Come il popolo sulla riva “giusta” del mare (quella raggiunta dopo l’attraversamento), anche chi vive l’accoglienza è chiamato, a un certo punto, a fermarsi e a rileggere il cammino, accorgendosi che, nonostante tutto, è nato un bene nuovo.
Memoria e discernimento
Il canto diventa così memoria e discernimento: la capacità di vedere il bene che si è fatto strada dentro una storia segnata da prove. Rappresenta uno sguardo che educa a riconoscere la presenza della promessa di Dio che attraversa e sostiene ogni passaggio.
Le “presenze di Miriam”, allora, non appartengono solo all’inizio di un’accoglienza (Miriam bambina), ma continuano ad accompagnare il cammino accogliente in molte forme: nelle associazioni, nei gruppi di famiglie, nelle varie relazioni di sostegno (Miriam adulta che canta e che balla). Esse ricordano che nessuna storia si costruisce da sola e che ogni percorso di vita ha bisogno di essere custodito da una comunità.
(seconda parte – fine. La prima parte del contributo è disponibile QUI)
Paolo Pellini
(Paolo Pellini è membro della comunità La Pietra Scartata dell’Arcidiocesi di Milano, un’associazione privata di fedeli costituita nel 2007 da famiglie adottive e affidatarie che, durante la loro esperienza di accoglienza, si sono sentite chiamate a rendere testimonianza dell’amore di Dio Padre ai bambini abbandonati o in difficoltà familiare, annunciando loro la speranza di Gesù bambino abbandonato e risorto)
Ndr: il percorso dedicato alle donne della Bibbia, frutto dello studio e della ricerca di P. Pellini, è iniziato accostando la storia di Giuditta (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda) cui sono seguite quelle di Rut (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda), Tamara (prima parte QUI, seconda parte QUI); Ester, cui è dedicato uno dei libri storici della Bibbia (QUI si può leggere la prima parte e QUI la seconda), Giaele (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda), Rebecca (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda), Agar (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda), Susanna (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda) e Anna (QUI si può leggere la prima parte, QUI la seconda)
(L’immagine proposta a corredo del testo è stata generata con l’intelligenza artificiale)
Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.





