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Accogliere l’Accoglienza. L’innesto (20)

L’etimologia del verbo “adottare” rimanda ai verbi scegliere e innestare: ovvero, “introdurre una parte viva in un’altra in modo che si congiungano armonicamente”

Arriva alla sua conclusione la riflessione di Don Simone Bruno, PhD in Psicologia della comunicazione emotivo-affettiva, sulle relazioni emotive che contraddistinguono i primi anni di vita di un bambino e, in particolare, sui rapporti che si instaurano con le figure adulte di riferimento nel caso di bambini adottati. Il percorso ha guidato il lettore in un’attenta e documentata analisi dell’intreccio di relazioni che si creano tra i bambini e i loro caregiver, i cui comportamenti veicolano precisi messaggi.
Questo rapporto e questa attenzione porta il bambino a pensare se stesso e gli altri in modo differente rispetto al passato.
Ma, soprattutto, questo rapporto crea nel figlio la fiducia che il caregiver di riferimento non scomparirà e non l’abbandonerà. In questo modo “la figliolanza adottiva s’inserisce nella dimensione spirituale” come intesa da San Paolo. E come l’etimologia stessa della parola “adozione” suggerisce.
Quella che segue è la ventesima e ultima tappa. In fondo all’articolo i link alle tappe precedenti.

L’innesto

Come abbiamo visto scorrere lungo i passaggi in cui si è strutturato il contributo, il processo che porta il genitore a sintonizzarsi con la mente e il comportamento del bambino ha inizio all’interno della mente del caregiver. Il modo in cui questi pensa e percepisce emotivamente i comportamenti del bambino contribuisce a determinare i suoi comportamenti in quanto caregiver. I comportamenti che vengono messi in atto veicolano pertanto messaggi precisi al piccolo. I pensieri e i sentimenti di quest’ultimo ne saranno certamente influenzati, con conseguenze importanti a livello comportamentale ed evolutivo.
Gradualmente, nella misura in cui i bambini ricevono e interiorizzano messaggi di disponibilità dai loro caregiver, iniziano a pensare sé stessi e gli altri in modo differente rispetto al passato. Sono meno diffidenti e timorosi e cominciano a sviluppare un senso di sicurezza, a percepire di essere importanti (amati) all’interno di quella famiglia. Dal momento che iniziano ad avere fiducia nel fatto che gli adulti di riferimento non scompariranno all’improvviso e non li abbandoneranno, la loro ansia diminuisce e aumenta la spinta a esplorare, imparare e giocare, a conoscere il mondo che li circonda. Ma, allo stesso tempo, si consolida la capacità di contare sull’appoggio del caregiver per poter essere consolati e accuditi, godendo di un rapporto di adeguata vicinanza emotiva.
Solo in questo modo, la figliolanza adottiva s’inserisce nella dimensione spirituale così come intesa da san Paolo. La stessa che consente di essere assorbiti nell’amore del Figlio verso il Padre e viceversa.

Da “scegliere” a “innestare”

La stessa radice del termine adottare aiuta a comprendere meglio questo processo. Adottare, infatti, nella sua valenza etimologica significa “scegliere” (dal latino optare, preceduto dal prefisso ad, che indica un fine), più in dettaglio “scegliere per uno scopo preciso”. Ma non finisce qui. In latino, il sostantivo adoptio significava, nella disciplina della botanica, “innesto”, rimandando all’azione del “legare”, “unire”, “integrare”, e più in particolare “introdurre una parte viva in un’altra in modo che si congiungano armonicamente”.
In sintesi, sulla base di quanto considerato: Dio ha scelto ciascuno di noi per uno scopo “misterioso”. Quale? Amarci, eleggerci a suo partner unico e speciale. E riversare su di noi l’essenza dell’Amore. E poi, ancora, portarci a sé attraverso il suo Figlio prediletto. Innestandoci, legandoci e unendoci a sé, integrando la nostra vita alla sua, inserendoci nel circolo della vita eterna, perché si potessero congiungere armonicamente (Eucaristia).
Senza ombra di dubbio, l’innesto, in cui le due piante (l’uomo e Dio) sono vitalmente unite e al tempo stesso non perdono le proprie caratteristiche specifiche, costituisce una metafora che ben si addice all’adozione, alla figliolanza adottiva.
Amati, innestati nella vita trinitaria del Padre. Ecco la vocazione di ogni uomo e di ogni donna. Adottati e resi parte di un legame intenso, vitale, generativo, circolante.
Figli e figlie abitati dallo Spirito di Cristo, ovvero da un “movimento” vitale, consolatorio, protettivo, costante e orientato verso il legame per eccellenza. Quello con il Padre.
Figli di Dio: figli adottati nel nome di Cristo, volto della Misericordia del Padre.

(20 – fine)
Per maggiori approfondimenti vedi il fascicolo n. 16 della rivista Lemà sabactani.

Tappe precedenti:
introduzione
tappa 1
tappa 2
tappa 3
tappa 4
tappa 5
tappa 6
tappa 7
tappa 8
tappa 9
tappa 10
tappa 11
tappa 12
tappa 13
tappa 14
tappa 15
tappa 16
tappa 17
tappa 18
tappa 19

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