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Accogliere l’Accoglienza. La dignità dell’uomo è quasi divina (4)

L’uomo è signore di tutte «le opere delle mani di Dio», espressione di grande responsabilità per l’uomo e di grande fiducia da parte di Dio

Quarta tappa della riflessione di Don Simone Bruno, Phd in Psicologia della comunicazione emotivo-affettiva, che indaga il movimento che conduce dai genitori verso i figli, in un gesto di accoglienza che richiama quello del Signore nei confronti dell’uomo: colmo di misericordia, compassione e accudimento.
Come nella tappa precedente, il percorso si sofferma sulla lode indirizzata all’uomo che è il Salmo 8. Qui, in particolare, Don Bruno sottolinea la “regalità” dell’uomo, cui Dio ha “concesso in amministrazione e usufrutto”, tutta l’opera delle Sue mani. Una concessione che non è un dominio conquistato per capacità personali, né un potere usurpato a Dio, ma un segno della grande fiducia di Dio nei confronti dell’uomo.
La riflessione si suddivide in 18 tappe. Quella che segue è la tappa numero quattro.

Di seuito le tappe precedenti:
introduzione
tappa 1
tappa 2
tappa 3

L’uomo stupito di fronte alla grandezza di Dio (seconda scena cosmica)

Ai vv. 6-9 del Salmo 8 troviamo il canto dell’uomo, vertice del creato. Si osserva subito che la dignità dell’uomo è quasi divina, essendo creato a «immagine di Dio» (Gn 1,26): «Tu hai fatto l’uomo poco meno di Dio», immagine leggermente inferiore all’originale. Questo simbolismo regale, esplicito al versetto 6b, occupa tutta la strofa. Infatti, la gloria e lo splendore sono attributi specifici di Dio, re supremo, partecipati al re terreno (Sal 21,6). Per esempio, il «figlio dell’uomo», nel Salmo 80,18, è il re ebraico vittorioso su tutti i nemici.

Nello specifico, ci sono tre termini che definiscono la dignità dell’uomo.
Il primo è il classico kàbod, “gloria”, che sancisce lo splendore della maestà rivelata di Dio. Questa gloria ora è partecipata all’uomo; è posta, come si dirà in Pr 3,16, nella mano sinistra della sapienza, che la effonde ai suoi fedeli.
Il secondo termine è hadar, “ornamento, splendore”, un vocabolo che descrive la vigorosa prestanza di un toro (Dt 33,17), lo splendore del Carmelo (Is 35,2), la magnificenza del re (Sal 21,6). Chi è privo di questo splendore, non è più uomo ma un reietto (Cf Is 53,2).
Infine, il simbolo più regale, la “corona”, il segno della gioia nuziale (Ct 3,11), del benessere e della gioia (Sal 65,12), del potere regale. Dio mette sul trono l’uomo nella sua funzione di viceré dell’universo. Il dominio dell’uomo sul creato, descritto nei vv. 7-9, non conosce confini. L’uomo è signore di tutte «le opere delle mani di Dio», espressione di grande responsabilità per l’uomo e di grande fiducia da parte di Dio, che consegna tra le sue mani un tesoro immenso. Ma il suo non è un dominio conquistato per capacità personali, né è un potere usurpato a Dio.

Il Salmo 8 ricorda che si tratta di un dominio donato da Dio, concesso in amministrazione e usufrutto dall’unico che può definire l’universo «opera delle mie mani» (v. 7), ovvero il Signore. Alle mani fragili dell’uomo è affidata l’intera gamma delle creature, soprattutto viventi; proprio come avevano già insegnato i racconti sapienziali della creazione di Gn 1 e Gn 2 e come era stato ribadito nel patto universale tra Dio e Noè. Sfilano davanti all’uomo, pellegrino stupito, le creature. Esse vengono, come sudditi, a offrire il loro omaggio. Ecco il bestiame minuto, le pecore, e quello grosso, i buoi, gli armenti, le bestie selvatiche della steppa, gli animali della campagna. Dalla terra verso i cieli, tra gli uccelli che l’uomo riesce a catturare; fino alla superficie del mare con la fauna acquatica per la quale si usa l’immagine suggestiva della navigazione dei battelli.
Questa centralità assoluta dell’uomo in tutto il creato è per l’ebreo una vera antropologia: la supremazia sugli animali, da un lato, mostra l’insostituibile necessità della donna, cioè del rapporto sociale con i propri simili, per eliminare la solitudine umana (Gn 2,18-24); ma anche giustifica l’alimentazione della carne animale e il diritto di caccia.

Il Salmo si chiude ribadendo l’antifona del secondo versetto, celebrando, cioè, in ultima istanza il Creatore.

(4 continua)
Per maggiori approfondimenti vedi il fascicolo n. 16 della rivista Lemà sabactani.

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