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Accogliere l’Accoglienza. Da figli a padri: l’arte di accogliere (1)

Riscoprire l’identità adottiva tra Bibbia, psicologia e vita concreta. Prima tappa di un itinerario spirituale e psicologico per comprendere la figliolanza adottiva

Siamo tutti figli. Ma solo quando riconosciamo questa verità nel profondo, possiamo diventare genitori capaci di amore gratuito. L’esperienza dell’adozione diventa allora simbolo e metafora di una dinamica spirituale universale: essere adottati da Dio per adottare, accogliere, amare.
Dopo l’introduzione, questa è la prima parte di una serie di approfondimenti di Don Simone Bruno, Phd in Psicologia della comunicazione emotivo-affettiva, che intende offrire un percorso che unisce Bibbia e vita, fede e relazioni, per rileggere con occhi nuovi il dono e la sfida dell’accoglienza.

Accogliere l’Accoglienza

Da figli a genitori. Da amati a capaci di donare amore. Da accolti ad accoglienti. Ecco il passaggio evolutivo che soggiace alla figliolanza adottiva. Ecco la condizione identitaria di ciascuno/a di noi. La stessa che permette di accogliere l’Accoglienza (il Signore Dio) e divenirne strumento diffusivo. Questo, in sintesi, il percorso che propongo con il mio contributo.
Gli snodi rilevanti possono essere inquadrati in tre passaggi.

Primo passaggio.

Il testo parte da un invito immediato, raccoglibile tra le parole che l’Apostolo Paolo indirizza ai cristiani di Roma (Rm 8,14-17): iniziamo dal nostro essere figli. Tutti siamo figli. Non tutti diventiamo genitori, ma tutti siamo figli. E lo saremo per sempre. Una traccia indelebile del nostro Io. La figliolanza è una condizione che ci contraddistingue e ci lega ai nostri genitori, a coloro che si sono occupati di noi, che ci hanno accudito e accompagnato verso la vita adulta. Una condizione che ci lega anche ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, ai nonni, agli zii e ai parenti tutti. Solo riconoscendoci figli, riusciremo a capire come poter diventare genitori, come accogliere lo Spirito di Cristo che ci rende figli nel Figlio, verso un unico Padre.

Secondo passaggio.

In seconda battuta, il percorso sfiora altri brani biblici con l’intento di ricostruire la bellezza dell’Alleanza tra Dio e l’umanità e, in particolare, la predilezione amorevole che Dio nutre verso l’uomo e la donna, a cui dona la sua stessa vita per portarli a sé come figli nel Figlio: dall’espressione «Signore, che cos’è l’uomo perché te ne curi?», tratta dal Salmo 8, alla voce che prorompe dal cielo dicendo: «Tu sei mio Figlio, l’Amato, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11). Collegando la spiritualità della figliolanza adottiva, così come descritta da Paolo (una condizione che ci rende fratelli di Cristo e con lui figli nel Figlio dell’unico Padre), all’antropologia espressa dal Salmo 8, verrebbe spontaneo pensare che l’espressione «Tu sei l’Amato» (Mc 1,11) sia in grado di rivelare la più profonda verità su ciascuno di noi. Siamo fratelli di Gesù, figli adottivi di Dio. Siamo l’Amato dal Padre. Siamo l’Amato del Padre. Lui si è compiaciuto in noi. Sono parole rivolte a ciascuno di noi con tutta la forza e la tenerezza che l’amore può avere. Risuonano in ogni parte del nostro essere. Come mai? 

Terzo passaggio.

Essere l’Amato è l’origine e il compimento della vita dello Spirito. Lo stesso Spirito ci rende figli adottivi di Dio Padre in Cristo. Ma per sentirci amati e riconosciuti fin nel cuore della nostra identità, siamo chiamati a un cammino, a compiere un viaggio, a diventare gli amati, ad assumere in pieno la nostra figliolanza e a conoscere la paternità e la maternità di Dio. In questo sottile confine, si crea l’associazione tra l’Amore di Dio per l’uomo, suo figlio adottivo, e l’amore che i genitori riservano ai loro figli. Come esso si esprime? Secondo quali presupposti? L’attraversamento del ruolo genitoriale, delle sue capacità, consolida il percorso ponendo attenzione a cosa accade se un figlio viene accolto, amato e accettato rispetto a cosa accade se, invece, viene rifiutato e abbandonato. E, soprattutto, a cosa può essere la chiave di volta per sperimentare un’adozione a figli anche se la vita e le esperienze non sono state generose. Dai genitori verso i figli, dunque. Immergendosi nel loro punto di vista per capire cosa provano. E così sintonizzarsi sui loro bisogni, rendendosi disponibili emotivamente ad accoglierli. Esattamente come il Signore, che si rivela colmo di misericordia, di compassione e di accudimento.
Sull’esempio di chi sa accogliere l’Accoglienza.
Per maggiori approfondimenti vedi il fascicolo n. 16 della rivista Lemà sabactani.

(1 continua)

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