Grazie allo Spirito i credenti fanno propria l’esperienza del Figlio e diventano figli a loro volta. Proprio perché sgorga dallo Spirito del Figlio, il grido “Abbà! Padre!” è espressione della relazione unica del Figlio con il Padre, cui i credenti sono ora associati
Prosegue il percorso di Don Simone Bruno, Phd in Psicologia della comunicazione emotivo-affettiva, alla ricerca di risposte nel movimento che conduce dai genitori verso i figli, rendendosi disponibili ad accoglierli esattamente come il Signore, che si rivela colmo di misericordia, di compassione e di accudimento.
Un’equazione (figli di Dio = figli adottivi) cui già era ricorso l’apostolo Paolo, che ha utilizzato proprio l’esperienza dell’adozione per esprimere la relazione che consente agli uomini di rivolgersi a Dio non da ‘estranei’ ma in qualità di ‘figli’.
La riflessione si suddivide in 18 tappe. Quella che segue è la tappa numero due.
Di seuito le tappe precedenti:
introduzione
tappa 1
L’identità dei credenti come “figli adottivi”.
Per iniziare, mettiamoci in ascolto di un brano emozionante ed emblematico:
«Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8, 14-17).
Questi tre versetti del capitolo 8 della lettera ai Romani sono il cuore del nostro itinerario (per l’analisi esegetica e teologica del brano, cfr. il contributo di S. Romanello all’interno del volume L’identità dei credenti in Cristo secondo Paolo, Bologna 2011, pp. 147-151).
Il privilegio della figliolanza
L’Apostolo Paolo, assecondando il suo impianto teologico (sarebbe meglio dire soteriologico), fa emergere la caratteristica fondamentale dell’identità di tutti i credenti: la figliolanza. I credenti, infatti, sono figli di Dio e hanno ricevuto lo Spirito per mezzo del quale si rivolgono a Dio chiamandolo Abbà. Se scrutassimo la tradizione ebraica, scopriremmo che la tematica della figliolanza costituisce uno dei privilegi garantiti a Israele a motivo della sua alleanza con Dio. Nell’Antico Testamento, spesso tale termine si accostava sia a Israele sia ai suoi membri come metafora del legame di alleanza che Dio ha instaurato con il suo popolo. A volte era un singolo, per esempio il re, a essere chiamato figlio (Sal 2; 89; 2Sam 7,14), pur essendo molto raro che un singolo arrivasse a chiamare Dio come Padre. Cosa implica per Paolo questa categoria? Perché parla proprio di figliolanza? Possiamo comprenderlo rileggendo con attenzione il grido di preghiera: Abbà! Padre!. Tale grido non è originato da una capacità dei singoli credenti. Nella lettera ai Galati, per esempio, è lo stesso Spirito a elevare la sua voce per dire Abbà. Nel nostro brano, invece, sono i credenti radunati insieme, mossi dallo Spirito, a rivolgersi al Padre. Decisivo è il fatto che in entrambi i contesti lo Spirito è qualificato come del Figlio (Gal 4,6) o di Cristo (Rm 8,9). Ciò sta a indicare che il grido di Abbà è possibile, nei credenti, perché lo Spirito li associa e li rende partecipi dell’identità del Figlio. Grazie allo Spirito i credenti fanno propria l’esperienza del Figlio e diventano figli a loro volta. Proprio perché sgorga dallo Spirito del Figlio, il grido è espressione della relazione unica del Figlio con il Padre, cui i credenti sono ora associati.
Fare nostra l’accoglienza riservata a ciascun credente
Secondo Paolo, l’identità dei credenti è filiale ed è basata sulla comunione con Cristo e sul dono del Suo Spirito. La figliolanza, pertanto, inserisce ciascuno di noi nella Pasqua di Cristo e nella sua identità più profonda. Grazie al dono dello Spirito siamo figli nel Figlio, ricompresi nella sua relazione filiale con il Padre. Per questo, benché il lemma hyiothesia significhi letteralmente “adozione a figli”, riferendosi con molta probabilità a una pratica legale romana, nel contesto paolino va tradotto con “figliolanza adottiva”. Paolo, infatti, non ha in mente un singolo atto, ma l’identità che ne consegue e che connota l’intera esistenza credente. La categoria della figliolanza vuole indicare il tipo di reciprocità che intercorre tra il Padre e i credenti, resa possibile dall’invio del Figlio e del Suo Spirito. In questo invio si è resa evidente e chiara la volontà di comunione di Dio. Per realizzarla appieno, ci elargisce il dono di essere suoi figli: ovvero ci invita ad accogliere la sua comunione, a fare nostra l’accoglienza che riserva a ciascun credente.
La figliolanza adottiva, dimensione che caratterizza in modo sostanziale l’identità credente, è l’attuazione di un progetto di comunione presente e operativo sin dagli inizi. E ciò lo si può intuire sin dal versetto 29 del capitolo 8: Paolo, infatti, afferma che Dio «ha predestinato (i credenti) a essere conformi all’immagine del Figlio suo». Il verbo pro-orizo (predestinare) è utilizzato per fare intendere un senso preciso: predestinati a un progetto originario, antecedente in modo assoluto ogni altro inizio, anteriore alla stessa creazione. La finalizzazione è positiva, nel senso che non si deve intendere in alcun modo che altri individui siano destinati alla rovina.
In conclusione, la figliolanza adottiva dice la profonda relazione tra i credenti e Dio Padre e li rende partecipi dello statuto stesso del Figlio. Essa porta a compimento un progetto d’amore inscritto nella stessa creazione, e trova in questo la sua ragione.
(2 continua)
Per maggiori approfondimenti vedi il fascicolo n. 16 della rivista Lemà sabactani.
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