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Accogliere l’Accoglienza. Scoprirsi amati da Dio (5)

Nel percorso della vita spirituale risuona una verità semplice e potente: ciascuno di noi è l’Amato di Dio, chiamato a riconoscersi e a vivere di questa certezza

Prosegue il cammino di riflessione guidato da Don Simone Bruno, PhD in Psicologia della comunicazione emotivo-affettiva, che ci accompagna alla scoperta del dinamismo interiore dell’accoglienza. Un percorso che, tappa dopo tappa, illumina il legame tra la cura ricevuta e la cura donata, tra il movimento d’amore che dai genitori si riversa sui figli e quello più grande e originario che Dio stesso riversa sull’uomo: un amore intriso di misericordia, compassione e tenerezza.

Quella che segue è la quinta delle diciotto tappe proposte, centrata su una verità tanto semplice quanto decisiva per la vita spirituale: scoprirsi amati da Dio. Riconoscersi come “l’Amato” del Padre diventa, infatti, la chiave per custodire la propria identità profonda, oltre le voci di rifiuto, indegnità e smarrimento che spesso abitano il cuore umano.

Di seguito le tappe precedenti:
introduzione
tappa 1
tappa 2
tappa 3
tappa 4

Scoprirsi amati da Dio

Il nome di Dio è mirabile. L’uomo sa di essere stato prescelto, predestinato e amato da Dio. Amato. Un verbo denso. Un’azione fedele e totale innestata nello scorrere della misteriosa pedagogia divina. La cogliamo in modo speciale durante il Battesimo di Gesù, quando una voce prorompe dal cielo per dirgli di fronte a tutti gli astanti: «Tu sei mio Figlio, l’Amato, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11). Se collegassimo la spiritualità della figliolanza adottiva, così come descritta da Paolo (una condizione che ci rende fratelli di Cristo e con lui figli nel Figlio dell’unico Padre), all’antropologia espressa dal Salmo 8, verrebbe spontaneo pensare che l’espressione «Tu sei l’Amato» sia in grado di rivelare la più profonda verità su ciascuno di noi (Cf H. Nouwen, Sentirsi amati. La vita spirituale in un mondo secolare, Brescia 1993, pp. 23-53).

Siamo fratelli di Gesù, figli adottivi di Dio. Siamo l’Amato dal Padre. Siamo l’Amato del Padre. Lui si è compiaciuto in noi. Sono parole rivolte a ciascuno di noi con tutta la forza e la tenerezza che l’amore può avere. Risuonano in ogni parte del nostro essere. Sono parole sgorgate dalla “voce” che parla dall’alto e, contemporaneamente, riscoperte all’interno dei nostri cuori. Con ferma dolcezza si insinuano tra le pieghe della nostra vita e continuano a sussurrarci: «Tu sei l’Amato. In te mi sono compiaciuto». Bisogna ammettere che non è affatto facile ascoltare quella voce e accoglierne il messaggio in un mondo pieno zeppo di altre voci che urlano: «Tu non sei buono, sei brutto! Sei indegno! Sei da disprezzare, non sei nessuno. E non puoi farci niente». Queste voci negative rischiano di diventare insistenti, soffocanti, forti a tal punto che chi le ascolta inizia a crederci davvero. E, subito dopo, a cadere in trappola. La grande trappola del “rifiuto di sé stessi”.

Che significa? Partiamo da un dato dell’attualità: il successo, la popolarità e il potere (espressioni caratteristiche dell’individualismo odierno) possono rappresentare una grande tentazione, bisogna ammetterlo, anche se la loro forza seduttiva è strettamente connessa a una tentazione più grande, quella che coincide con il rifiuto di sé. Sembra un collegamento paradossale. Eppure, proprio quando si dà credito alle voci che ci definiscono indegni e non amabili (cioè: non meritevoli di attenzione, di cura e di affetto), il successo, il potere e la popolarità sono avvertite come soluzioni attraenti, valide protezioni contro le ferite interiori. Ma la vera trappola coincide con la mancata accettazione di quello che siamo: la sensazione di abbandono e rifiuto, il timore di non essere all’altezza, di non essere amato, accettato, di essere dimenticato e/o ignorato. Sensazioni che pian piano si sedimentano dentro di noi, scavano una fossa al nostro Io, soprattutto se corroborate da legami insicuri, non nutrienti, svilenti. La reazione a questo senso di abbandono, spesso si traduce con comportamenti al limite. Si entra in una sorta di meccanismo di difesa che mira a proteggere dalle ferite profonde e dal dolore a esse connesso. Uno degli esiti più noti è l’arroganza, espressione piena del rifiuto di sé che, forse, coincide con il mettersi su un piedistallo. Perché? Per evitare di essere visti nel modo in cui ci si vede, e di mostrare agli altri quanto ci si sente indegni.

Rifiutare sé stessi genera sofferenza e insicurezza. A volte sfocia nella nevrosi, nella perdita di equilibrio dal punto di vista degli affetti e dei legami, il cui punto debole richiama la percezione di non sentirsi i benvenuti nell’esistenza umana, di sentirsi indegni, di “troppo” su tutto. Questo rifiuto, questa non accettazione piena della propria persona è uno tra i più grandi nemici «della vita spirituale, perché contraddice la voce sacra che ci chiama gli Amati», ricorda Henri Nouwen. Secondo questo grandissimo teologo spirituale, essere l’Amato esprime la verità centrale della nostra esistenza. Una verità delicata e robusta allo stesso tempo, che spesso viene coperta dalle altre voci. Eppure è lì, è sempre stata lì. Ma in alcune circostanze della vita resta sepolta.

Noi siamo gli Amati da sempre. Dio si prende cura di noi fin dalla creazione del mondo. Eravamo e siamo ancora oggi il core del suo progetto d’amore. Noi siamo la sua vocazione, come un padre e una madre verso i figli. Seguendo la prospettiva della spiritualità adottiva, noi siamo amati intimamente assai prima che i nostri genitori, fratelli, nonni, parenti, insegnanti, coniugi, figli e amici ci abbiano amati (o offesi). Questa è la verità indistruttibile della nostra vita: «Tu sei il mio Amato». Sei mio figlio da sempre. È come se Dio ci dicesse: «Ti ho chiamato per nome fin dal principio. Tu sei mio e io sono tuo. Tu sei il mio amato, in te mi sono compiaciuto. Ti ho modellato nelle profondità della terra e ti ho formato nel grembo di tua madre. Ti ho scolpito nei palmi delle mie mani e ti ho nascosto all’ombra del mio abbraccio. Ti guardo con infinita tenerezza e ho cura di te con una sollecitudine più profonda che quella di una madre per il suo bambino. Ho contato ogni capello del tuo capo e ti ho guidato a ogni passo. Ovunque tu vada, io vengo con te, e ovunque tu riposi, io veglio su te. Ti darò del cibo che soddisferà ogni tua fame e bevande che estingueranno ogni tua sete. Non nasconderò il mio viso da te. Tu mi appartieni. Io sono tuo padre, tua madre, tuo fratello, tua sorella, il tuo amante, il tuo sposo … Sì, persino il tuo bambino. Ovunque tu sia, io ci sarò. Niente mai ci separerà. Noi siamo uno».  (Cf H. Nouwen, o.c., pp. 28-29).

Ogni volta che ascoltiamo con attenzione quella voce che ti chiama l’Amato, scopriremo il desiderio di riascoltarla più a lungo e più profondamente.

(5 continua)
Per maggiori approfondimenti vedi il fascicolo n. 16 della rivista Lemà sabactani.

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