Riconoscere le emozioni del figlio neonato significa permettergli di entrare in contatto con la sua parte interna e riconoscere a sua volta i propri stati mentali
Si avvia verso l’ultima parte la riflessione di Don Simone Bruno, PhD in Psicologia della comunicazione emotivo-affettiva, sul legame che si instaura tra noenato e genitori. Come nella tappa precedente, anche qui il focus è ancora una volta il rapporto che si instaura tra genitori e figli nei primissimi mesi di vita del neonato. In particolare, il riconoscimento delle emozioni da parte del genitore, che permette al figlio di entrare in contatto con le sua parte interna e di esplrare i propri stati mentali.
Quella che segue è la dodicesima delle diciotto tappe proposte. In fondo all’articolo i link alle tappe precedenti.
La funzione riflessiva
I genitori sensibili e competenti a livello emotivo-affettivo permettono al bambino di regolare le proprie emozioni e i propri stati interni: li aiutano a gestire la rabbia, la paura, l’insoddisfazione ma anche la gioia, la curiosità, l’allegria. Sia la madre sia il padre sono in grado di comunicare in modo efficace con il loro figlio a motivo della funzione riflessiva: una competenza che consente alle figure di accudimento di immaginare il bambino, fin dal momento in cui viene al mondo, come un soggetto che vive particolari stati mentali, rappresentati da desideri, emozioni e pensieri. In sostanza, il figlio viene pensato come dotato di una mente autonoma, con la quale ci si può rapportare ed entrare in dialogo.
Il genitore che si avvale di un proprio stato mentale sicuro rispetto alle relazioni di attaccamento (a sua volta costruito nell’infanzia con i suoi genitori), riesce a mettere in campo un’appropriata funzione riflessiva nei confronti del figlio. In altre parole, gli consente di entrare in contatto con la sua parte interna e di esplorare, senza deformazioni e restrizioni, i propri stati mentali. È possibile osservare dal vivo questa competenza genitoriale quando la madre e/o il padre commentano verbalmente gli stati emotivi del figlio, espressi o inferiti durante gli scambi ludici e relazionali. In tal modo, costruiscono un’immagine complessa e accogliente degli stati emotivi del figlio e del rapporto di tali stati con il suo comportamento, immagine al contempo aperta al cambiamento.
L’attaccamento tra figli e genitori
Secondo gli studi di Arietta Slade, nota psicologa clinica e ricercatrice americana, un elevato livello di funzione riflessiva (riscontrabile nell’adulto) si collega a un modello di attaccamento sicuro sia nel genitore sia nel figlio, mentre bassi livelli di riflessività si associano frequentemente a modelli insicuri di attaccamento in entrambi i partner. Più è limitata la riflessività materna e paterna maggiori sono gli errori comunicativi compiuti da entrambe le figure di accudimento, da attribuire in particolare alla mancata regolazione delle emozioni negative espresse dal bambino. È possibile ipotizzare che l’assenza di un adeguato grado di riflessività porti il genitore a rispecchiare le emozioni del bambino ma senza trasformarle o, in alternativa, giungendo fino a fraintenderle.
Nel primo caso si può verificare un rispecchiamento troppo accurato: alla paura del bambino la mamma (o il papà) risponde a sua volta con un’espressione di paura; nel secondo, la madre può rispondere alla medesima paura del bambino con emozioni positive (quindi distoniche), fraintendendo la sua comunicazione o, ancora, può non rispondere affatto, ignorandola del tutto.
La mancanza dell’attività trasformativa e rielaborativa fornita dal genitore rischia di portare il piccolo a non apprendere il riconoscimento dei propri stati emotivi interni e, parallelamente, a non elaborare le corrette modalità di maneggiarli e gestirli per entrare in una relazione armonica e appagante. Tale apprendimento, invece, appare basarsi sull’interiorizzazione della etero-regolazione emotiva elaborata e offerta dal genitore al bambino e della capacità trasformativa e rispecchiante degli stessi genitori, ancorate alla funzione riflessiva.
La riflessività, dunque, si rivela preziosa per rispondere e rispecchiare in modo contingente ogni stato emotivo del bambino. Il rispecchiamento, per rivelarsi efficace, necessita di una particolare “modalità esecutiva”: il genitore è chiamato a marcare l’espressione dell’emozione infantile che sta riconoscendo e provando a imitare, per esempio esagerandola attraverso la propria mimica facciale. In questo modo, il bambino ha la possibilità di distinguere tra le proprie emozioni riflesse dal volto materno e quelle che appartengono unicamente alla madre.
La consapevolezza emotiva
Grazie all’accurato rispecchiamento svolto dalla madre e dal padre, il bambino inizia così a percepire l’efficacia della propria espressività emotiva, acquisendo una sempre maggiore competenza nel riconoscere le proprie emozioni di base e nel regolarle in modo adeguato per entrare in contatto e in relazione con i suoi partner comunicativi. Tale competenza, alla fine del primo anno di vita, si trasforma in una vera e propria consapevolezza emotiva che gli permette di rappresentarsi le proprie emozioni e, allo stesso tempo, di attribuirle, inferendole, ai suoi partner.
La responsività del genitore, in ultima analisi, non è solo delineabile come un atteggiamento positivo e sensibile verso il bambino, ma è soprattutto da ricondurre alla sua capacità trasformativa di rispecchiare le emozioni infantili, regolando sia quelle negative sia quelle positive. A tal riguardo, una serie articolata di studi ha evidenziato come le modalità con cui il genitore rispecchia e regola le emozioni del proprio figlio abbiano una certa influenza sul tipo e sulla qualità dell’attaccamento che quest’ultimo costruisce e sviluppa nei suoi riguardi e, più ampiamente, sul suo sviluppo socio-emotivo e affettivo. Senza dimenticare, tuttavia, che la funzione di regolazione emotiva svolta dalla madre e dal padre risulta influenzata dalle emozioni espresse dallo stesso figlio e dalle sue risposte alle modalità di comunicazione materna e paterna.
L’interazione genitore-bambino, come ha ben sottolineato E. Tronick, può essere considerata un vero e proprio sistema di regolazione diadico in continua reciproca trasformazione che si costituisce già nel corso del primo anno di vita. Questa “danza” relazionale ed emotiva pone le basi di un legame che depositerà nella mente del piccolo alcune tra le certezze fondamentali della sua vita.
(12 continua)
Per maggiori approfondimenti vedi il fascicolo n. 16 della rivista Lemà sabactani.
Tappe precedenti:
introduzione
tappa 1
tappa 2
tappa 3
tappa 4
tappa 5
tappa 6
tappa 7
tappa 8
tappa 9
tappa 10
tappa 11
Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.







