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La storia di Giuseppe – Le forme del perdono (7)

Il teologo Maurizio Chiodi riflette sulla relazione tra genitori che abbandonano, figlio abbandonato e genitori che accolgono in adozione, a partire dalla storia del patriarca Giuseppe. La settima tappa analizza le ‘forme concrete’ della struttura del perdono

Tra i testi raccolti nel fascicolo n. 12 della rivista “Lemà sabactàni?” dedicato al tema “Il grido di Giuseppe: il perdono del patriarca abbandonato”, troviamo il contributo “Il perdono nella grammatica della relazione” del teologo Maurizio Chiodi, docente di teologia morale presso il Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” di Roma e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano, autore del libro “Dramma, dono, accoglienza. Antropologia e teologia dell’adozione” (Edizioni San Paolo – 2020), già primo Consigliere Spirituale e ispiratore dell’Associazione La Pietra Scartata, direttore della rivista Lemà Sabactani?.
Si tratta di una riflessione importante che parte dalla straordinaria storia del patriarca Giuseppe per individuare alcuni punti nevralgici e significativi della struttura drammatica delle relazioni umane. Secondo tale prospettiva, Chiodi illustra come sia possibile interpretare la complessa relazione tra madre e padre che hanno abbandonato, il figlio che è stato abbandonato, i genitori adottivi che lo hanno accolto come proprio figlio.
Il contributo verrà pubblicato in 8 tappe, precedute da una introduzione di Gianmario Fogliazza.

Questa è la tappa 7.
QUI per leggere l’introduzione
QUI la tappa 1
QUI la tappa 2
QUI la tappa 3
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QUI la tappa 5
QUI la tappa 6

Tappa 7 – Le forme del perdono

In questo ulteriore sviluppo della riflessione poniamo attenzione alle ‘forme concrete’ della struttura del perdono rinvenibili al termine di una prima esplorazione dei principali elementi di una fenomenologia del perdono. Nella trama di queste vicende emerge, inoltre, la qualità teologica di questo atto.
Sotto il profilo personale, le forme del perdono richiedono una vera e propria ‘elaborazione’. Anzitutto, il perdono è un atto che si svolge nel tempo e richiede tempo. Proprio perché si distende nel tempo, il perdono si pone come un atto concreto e effettivo, ma questa decisione immediata, necessaria per avviare un processo, esige lo sviluppo di forme imprevedibili, come appare nella storia di Giuseppe.

In secondo luogo il perdono richiede due movimenti apparentemente contraddittori, ma in realtà inseparabili e virtuosi, nei confronti del passato: il fare memoria e il dimenticare. L’atto del perdono è un intreccio di memoria (ricordo) e di oblio (dimenticanza). Non è né l’uno né l’altro, ma la composizione di tutti e due. Senza cancellare l’incancellabile, perdonare è compiere un atto di novità che reinterpreta il passato, in un senso nuovo, dimenticando l’antico. In tal senso il perdono è un atto liberatore, perché fa bene a chi lo dona e a chi lo riceve. È un atto reale di ricominciamento.
‘Fare memoria’ è sempre un travaglio. Ricordare non è ricostruire in modo puramente fotografico e dunque non è «ripetere un evento in modo identico», ma è rielaborare attivamente. Il ricordo richiede la fedeltà e la creatività che affondano le radici nel passato rivissuto nel presente. Com’è evidente, ricordare un fatto dopo un’ora o un giorno o un anno rende diverso il ‘fatto’ stesso, perché io che ricordo sono cambiato. Il fatto è inseparabile dal senso. Non fosse altro che perché io stesso ho preso maggiore distanza oppure perché ho cambiato umore oppure perché so che il male accaduto è stato all’origine di cose buone… Ricordare è sempre interpretare.
Questo processo non avviene tra sé e sé. Anzi, può avvenire tra sé e sé solo se passa attraverso il dialogo e la parola con l’altro. Così accade, ad esempio, nell’accompagnamento spirituale oppure nella pratica terapeutica: l’altro aiuta a ricordare diversamente. Pian piano nella relazione si impara a dare parola al dolore e attraverso questa si comincia ad andare oltre ad essa, fino a potersi riconciliare con la colpa e anche con il colpevole. Il ricordo passa attraverso il racconto che, facendo memoria del male e del dolore, lo interpreta. Così il soggetto racconta se stesso e mentre racconta all’altro – che sia o no l’autore del male – il suo vissuto dell’evento, si rende disponibile ad ascoltarne il racconto, lasciandosene istruire.

L’altro atto, che è immanente nel ricordare, è il dimenticare. Questo non è semplicemente il frutto del tempo che passa, sbiadendo il ricordo o della sbadataggine che involontariamente lo annulla. Del resto, quante volte ciò che sembra una dimenticanza involontaria, in realtà è volontaria? La memoria è selettiva … In modo ancora più esplicito esiste la dimenticanza decisa e voluta. L’oblio, mentre suppone la memoria, le va oltre. Non si può dimenticare se non ciò che si ricorda. Per questo a un certo punto la memoria può diventare oblio. È una scelta, per la quale si decide di dimenticare. Dimenticare significa abbandonare, distaccarsi, lasciar cadere, separarsi dal male ricevuto. Perciò si dice che ‘il perdono fa bene anche a chi perdona’. Non dimenticare, al contrario, significa trascinarsi dietro una catena, un peso che rende più difficoltoso il cammino.

Infine, il perdono si dà sempre in atti concreti. Sia prima che dopo, esso è irriducibile ad un processo soltanto ‘interiore’ e psicologico. Si dà nell’agire, anche se gli atti concreti del perdono non sono prevedibili o programmabili a priori, secondo una schema prefissato, tanto meno in modo rigido. Perdonare è accettare di cominciare un percorso che passa attraverso imprevisti atti di relazione.
Questo processo generalmente – se è possibile – passa attraverso l’incontro, l’ascolto, magari con il coinvolgimento e l’aiuto di un testimone, una persona ‘terza’. Soprattutto però si incarna in gesti nuovi e sorprendenti, sul tipo di quelli descritti iperbolicamente da Gesù nella quinta ‘antitesi’ di Mt 5,38-41: come il fare un miglio in più a chi già ce ne ha chiesto uno o il porgere l’altra guancia durante una lite.
Questi gesti risultano fecondi nella misura in cui sono creativi – non prevedibili e standardizzati – e spiazzano l’altro, creando inattesa prossimità e misericordia. La regola fondamentale è la ‘regola d’oro’: ‘fa’ all’altro quello che vorresti che l’altro facesse a te’! Questi gesti possono perdurare anche se l’altro li ignora. Altre volte invece, prendendo atto del rifiuto, chi perdona può accettare di ritirarsi, di lasciar perdere o di non rispondere alle continue provocazioni dell’altro, rinunciando perfino alla relazione.

L’incondizionatezza del perdono

L’incondizionatezza del perdono rivela la qualità religiosa di questo atto impegnativo. Nella rivelazione cristiana, il perdono è un aspetto decisivo della relazione tra Dio e l’uomo: esso è l’atto gratuito in cui Gesù muore per coloro che lo stanno crocifiggendo, assumendo su di sé il loro rifiuto. Per questa ragione, perdonare l’altro, per il credente, è compiere un atto di grata testimonianza.
Perdonandolo, il credente testimonia a colui che gli ha fatto del male, ciò che egli ha ricevuto per primo da Dio. Questa per lui non è una semplice opzione, ma una libera ‘necessità’. Egli non accoglie davvero il perdono di Dio, che pure gli è gratuitamente anticipato, se non accetta di perdonare il suo fratello.

Come appare nella splendida parabola di Mt 18,23-35, si può dire che ‘se non sei disposto a perdonare, perdi anche il perdono che hai gratuitamente ricevuto!’. Il perdono ricevuto (da Dio) si accoglie davvero solo nell’atto del perdono donato (al prossimo).

[continua…]

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