Salta al contenuto Skip to sidebar Skip to footer

La storia di Giuseppe – La gravità e la banalità del male (4)

Il teologo Maurizio Chiodi riflette sulla relazione tra genitori che abbandonano, figlio abbandonato e genitori che accolgono in adozione, a partire dalla storia del patriarca Giuseppe. La quarta tappa analizza l’esperienza della colpa e il processo della “confessione”

Tra i testi raccolti nel fascicolo n. 12 della rivista “Lemà sabactàni?” dedicato al tema “Il grido di Giuseppe: il perdono del patriarca abbandonato”, troviamo il contributo del teologo Maurizio Chiodi (Il perdono nella grammatica della relazione), docente di teologia morale presso il Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” di Roma e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano, autore del libro Dramma, dono, accoglienza. Antropologia e teologia dell’adozione (Edizioni San Paolo – 2020), già primo Consigliere Spirituale e ispiratore dell’Associazione La Pietra Scartata, direttore della rivista “Lemà Sabactani?”.Si tratta di una riflessione importante che parte dalla straordinaria storia del patriarca Giuseppe per individuare alcuni punti nevralgici e significativi della struttura drammatica delle relazioni umane.Secondo tale prospettiva, Chiodi illustra come sia possibile interpretare la complessa relazione tra madre e padre che hanno abbandonato, il figlio che è stato abbandonato, i genitori adottivi che lo hanno accolto come proprio figlio.Il contributo verrà pubblicato in 8 tappe, precedute da una introduzione di Gianmario Fogliazza.

Questa è la tappa 4.
QUI per leggere l’introduzione
QUI la tappa 1
QUI la tappa 2
QUI la tappa 3

Tappa 4 L’esperienza della colpa e il difficile processo della confessione

Tutto parte dalla scena del riconoscimento tra Giuseppe e i suoi fratelli (Gn 42,6-28). Quando se li vede davanti, egli li riconosce subito – ma questi non lui! – e decide di metterli alla prova. Si comporta con loro da estraneo: c’è di mezzo addirittura un interprete. Li accusa di essere delle spie, venute per scoprire i segreti di un paese straniero. Loro, invece, rivendicano di essere sinceri (Gn 42,11) – ironia: chi legge conosce la loro falsità; mentono, perché non sono disposti a confessare! -: dicono di essere in dodici fratelli, di cui uno sarebbe morto e l’ultimo è a casa con il padre.
Dopo lunghi interrogatori, Giuseppe li autorizza a partire, chiedendo di lasciare ‘in ostaggio’ uno di loro e di portargli l’ultimo dei fratelli, il più piccolo, rimasto a casa con il vecchio padre.
Lascia partire i fratelli, con il grano, ma a loro insaputa mette nel sacco il prezzo pagato. Dinanzi al suo comando, i fratelli parlottano tra loro – non sanno che Giuseppe li capisce (Gn 42,23) – e dicono: “ecco, adesso stiamo pagando la grave colpa commessa contro nostro fratello”. Ruben ribatte: “Non vi avevo detto io: ‘non peccate contro il ragazzo’? Ma non mi avete dato ascolto. Ecco, ora ci viene domandato conto del suo sangue” (Gn 42,22). Giuseppe si allontana, perché non riesce a trattenere il pianto. Poi torna e sceglie uno dei fratelli, Simeone, come prigioniero, e lo fa incatenare. Gli altri li lascia partire. Sulla strada del ritorno, durante una sosta, uno dei fratelli si accorge che è stato messo – non sa che è stato un ordine di Giuseppe: Gn 42,25 – nel sacco il denaro speso per il pagamento del grano. Tutti sono presi da un oscuro senso di colpa.
Al lettore, fuori campo, è dato di gustare tutta l’abilità e la ‘furba’ saggezza di Giuseppe. I ruoli si sono invertiti: è lui forte, potente. I suoi fratelli invece sono nella più nera miseria. Ma non ne approfitta: non fa alcuna vendetta. Inventando degli stratagemmi e mettendoli in difficoltà, li costringerà a ‘fare i conti’ con la loro colpa. I fratelli all’inizio proclamano di essere sinceri: sì, forse lo sono adesso… ma fino a un certo punto. In realtà, con una menzogna, continuano a coprire una colpa antica, mai confessata.

La forza oscura del senso di colpa

Il brano (Gn 42,6-8) mostra la forza oscura del senso di colpa. Questi fratelli hanno la coda di paglia: ogni ostacolo ricorda loro la colpa di cui si sono macchiati e che continuano a tenere nascosta, riparandosi l’un l’altro, nella complicità. Così sono presi da oscuro timore quando uno di loro trova il denaro nel sacco. Perché mai dovrebbero avere tanta paura? Cominciano forse ad aprire i loro occhi quanto hanno fatto?
Infatti, in modo oscuro si sentono in colpa davanti a Dio (Gn 42,28). La vera colpa ci è rivelata solo davanti a lui, ma il loro ambiguo sentimento dovrà passare attraverso la relazione con l’altro, nella ‘confessione’ della colpa dinanzi a colui al quale hanno fatto il male.
Nel racconto che prosegue (Gn 42,29-43,15), continua la farsa della menzogna. Arrivati a casa, in Canaan, i fratelli raccontano al vecchio padre i fatti accaduti in Egitto e ancora una volta protestano la loro sincerità, davanti a lui. Essi non dicono tutta la verità e dunque mentono, e lo sanno, quando dicono di Giuseppe: ‘non c’è più’ (Gn 42,32). Al vecchio padre essi dicono anche la strana richiesta del viceré d’Egitto: portatemi il vostro fratello più giovane (Gn 42,31). Poi, mentre vuotano il sacco (!), tutti ritrovano un sacchetto di denaro, e sono assaliti da una paura ancor più angosciosa. Il vecchio padre, Israele, non vuole però lasciar partire Beniamino, per il timore di perdere anche lui. Egli rimprovera i suoi figli che tutte le disgrazie gli cadono addosso. Ruben gli risponde facendosi garante per Beniamino, offrendogli in pegno i suoi due figli. Giacobbe non accetta. È straziato e morirebbe, se gli portassero via anche l’ultimo dei suoi figli. Ma, dinanzi all’aggravarsi della carestia, alla fine, egli acconsente. I fratelli di Giuseppe ripartono con Beniamino verso l’Egitto.
Li lascia andare, con Beniamino, con il doppio del denaro da restituire e con molti altri doni per quell’uomo (Gn 43, 11-14). E profetizza: “Dio onnipotente vi faccia trovare misericordia presso quell’uomo…” (v. 14). Più di tutto, egli confida nell’onnipotenza di Dio e spera che questa muova la misericordia di quell’uomo, il viceré d’Egitto. Anche qui: il lettore sa, ma non lo sa Giacobbe, che in realtà questi è suo figlio!
In questa ultima scena, straordinaria sotto il profilo psicologico, continua il sottile gioco della menzogna, da parte dei fratelli, che in parte dicono il vero ma in parte lasciano anche un ‘buco nero’ di falsità.
È come se fossero ciechi, nella loro pretesa di cancellare il male compiuto, occultandolo. Così in loro cresce la paura, un’angoscia oscura e un vago presentimento – rivelato da quel denaro ritrovato nei sacchi di tutti! – per qualcosa di terribile… C’è un che di misterioso in ciò che sta accadendo loro.
L’opera di Dio, nelle complesse vicende umane, è sempre nascosta: essa richiede discernimento e saggezza. Questi uomini invece resistono a ‘confessare’ il male compiuto, si rifiutano di riconoscere la loro colpa, anche se le vicende concrete cominciano a rivelare qualche crepa.

Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.


DONA ORA



Lascia un commento