Il teologo Maurizio Chiodi riflette sulla relazione tra genitori che abbandonano, figlio abbandonato e genitori che accolgono in adozione, a partire dalla storia del patriarca Giuseppe. La quinta tappa analizza il momento in cui ci si mette a confronto con colpe e responsabilità
Tra i testi raccolti nel fascicolo n. 12 della rivista “Lemà sabactàni?” dedicato al tema “Il grido di Giuseppe: il perdono del patriarca abbandonato”, troviamo il contributo “Il perdono nella grammatica della relazione” del teologo Maurizio Chiodi, docente di teologia morale presso il Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” di Roma e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano, autore del libro “Dramma, dono, accoglienza. Antropologia e teologia dell’adozione” (Edizioni San Paolo – 2020), già primo Consigliere Spirituale e ispiratore dell’Associazione La Pietra Scartata, direttore della rivista Lemà Sabactani?.
Si tratta di una riflessione importante che parte dalla straordinaria storia del patriarca Giuseppe per individuare alcuni punti nevralgici e significativi della struttura drammatica delle relazioni umane. Secondo tale prospettiva, Chiodi illustra come sia possibile interpretare la complessa relazione tra madre e padre che hanno abbandonato, il figlio che è stato abbandonato, i genitori adottivi che lo hanno accolto come proprio figlio.
Il contributo verrà pubblicato in 8 tappe, precedute da una introduzione di Gianmario Fogliazza.
Questa è la tappa 5.
QUI per leggere l’introduzione
QUI la tappa 1
QUI la tappa 2
QUI la tappa 3
QUI la tappa 4
Tappa 5 Il perdono e la confessione
Quando giungono di nuovo in Egitto, i fratelli incontrano Giuseppe, che li invita a un lauto banchetto. Poi, però, li accusa di nuovo con uno stratagemma, in cui il dono si mescola al veleno: sembra un dono, poi diventa un furto, e alla fine rimane un dono.
Il maggiordomo conduce i fratelli nella casa di Giuseppe, ma questi, terrorizzati, pensano che possa accadere loro qualcosa di ancor più grave. Il maggiordomo li rassicura, con una risposta sorprendente (Gn 43,23: ‘State in pace, non temete! Il vostro Dio e il Dio dei padri vostri vi ha messo un tesoro nei sacchi …’). A mezzogiorno arriva anche Giuseppe, che chiede notizie del ‘loro’ vecchio padre e augura ogni grazia a Beniamino (Gn 43,29: ‘Dio ti conceda grazia, figlio mio!’). Ma, subito, travolto dall’emozione, si ritira e scoppia a piangere. Comincia poi il banchetto festoso e ricco – non tutti insieme -. Bevono, ‘fino all’allegria’ (Gn 43,34)! I fratelli ripartono. Non sanno che Giuseppe ha ordinato di mettere nei loro sacchi non solo quanto più viveri possibili, ma anche altro denaro, facendo poi nascondere la sua coppa nel sacco di Beniamino, ignaro (Gn 44,1-2). Subito dopo, Giuseppe ordina al maggiordomo di inseguirli, accusandoli di aver rubato al viceré. Davanti all’accusa, i fratelli si difendono, dicendosi disposti a morire se si fosse trovato il ‘corpo del reato’. In effetti, in tutti i sacchi viene trovata la refurtiva.
Mentre stanno tornando in Canaan, vengono costretti a riandare in Egitto. Qui, davanti a Giuseppe, i fratelli – ormai al massimo della confusione – si riconoscono colpevoli, mentre stavolta sono solo vittime di una sua ‘trama’: ‘Che diremo al mio signore? Come parlare? Come giustificarci? Dio stesso ha scoperto la colpa dei tuoi servi … Eccoci schiavi del mio signore, noi e colui che è stato trovato in possesso della coppa’ (Gn 44,16). Di quale colpa parlano?! C’è uno strano gioco: i fratelli di Giuseppe si riconoscono colpevoli di ciò che non hanno fatto e non sanno riconoscere quello di cui invece sono colpevoli. Le loro parole rivelano la trappola della colpa non confessata!
Giuseppe chiede che solo Beniamino ‘paghi per tutti’ (Gn 44,17). Giuda, come aveva promesso al vecchio padre, con parole molto belle si offre come ostaggio al suo posto (Gn 44,18-34). È un atto coraggioso e generoso, finalmente ricco di verità e di riscatto.
A questo punto c’è la bellissima e commovente scena del riconoscimento (Gn 45,1-15). Ai fratelli atterriti, Giuseppe rivolge parole di consolazione e spiega che il senso di tutto ciò che è accaduto era un disegno della Provvidenza: ‘Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita’ (Gn 45,5).
La voce si diffonde nel Paese: ‘sono venuti i fratelli di Giuseppe’! Secondo l’ordine del faraone, essi tornano dal vecchio padre e con lui scendono in Egitto. Dio stesso, in visione, ha ordinato a Giacobbe di andarvi (Gn 46,1-4), promettendogli che lo farà tornare nella terra promessa (‘Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare. Giuseppe ti chiuderà gli occhi’: Gn 46,4).
La grande famiglia si ricompone, benevolmente accolta in Egitto (Gn 45,16-47,4). Giuseppe muore, ‘adottando’ come suoi i figli di Giuseppe (Gn 48,5) e benedicendo gli altri figli (Gn 49).
Dopo la morte di Giacobbe, mentre i fratelli vengono assaliti dalla paura, Giuseppe rinnova il suo perdono, pieno di saggezza e di fede. Dio sa rivolgere il male in bene, per compiere la sua promessa: ‘Se voi avevate tramato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso’ (Gn 50,20). È splendido questo ultimo e definitivo perdono di Giuseppe, confermato e ridonato dopo la morte del padre. Esso viene rinnovato, nella certezza che tutto concorre a realizzare il bene promesso da Dio.
In questa scena finale brilla l’abilità di Giuseppe, che ha lungamente ‘giocato’ con i suoi fratelli, ma non per prendersene gioco. Li ha aiutati invece a fare un lungo cammino per costringerli a mettersi a confronto con le loro colpe e responsabilità, senza sfuggirle. Il suo è davvero un perdono incondizionato, che un tempo di purificazione e di prova ha fatto maturare nei fratelli le condizioni perché il presente non cancellasse la grave colpa del passato.
La nota finale è che Dio, anche se apparentemente accade il contrario, mantiene sempre ciò che promette. Questo, naturalmente apre la domanda ulteriore: quale è la promessa che Dio ha preparato per il suo popolo: è la terra, in Canaan … oppure altro ancora?
A partire da Gesù, nel compimento pasquale, noi ritroviamo il senso definitivo (escatologico) della promessa di Dio per noi. In tutto ciò, rimane la necessità della testimonianza dei credenti, attraverso il dramma della storia umana.
[continua…]
Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.






