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La storia di Giuseppe – La gravità e la banalità del male (3)

Il teologo Maurizio Chiodi riflette sulla relazione tra genitori che abbandonano, figlio abbandonato e genitori che accolgono in adozione, a partire dalla storia del patriarca Giuseppe. La terza tappa analizza tre aspetti narrativi: il male, il processo della colpa e il perdono

Tra i testi raccolti nel fascicolo n. 12 della rivista “Lemà sabactàni?” dedicato al tema “Il grido di Giuseppe: il perdono del patriarca abbandonato”, troviamo il contributo del teologo Maurizio Chiodi (Il perdono nella grammatica della relazione), docente di teologia morale presso il Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” di Roma e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano, autore del libro Dramma, dono, accoglienza. Antropologia e teologia dell’adozione (Edizioni San Paolo – 2020), già primo Consigliere Spirituale e ispiratore dell’Associazione La Pietra Scartata, direttore della rivista “Lemà Sabactani?”.
Si tratta di una riflessione importante che parte dalla straordinaria storia del patriarca Giuseppe per individuare alcuni punti nevralgici e significativi della struttura drammatica delle relazioni umane.
Secondo tale prospettiva, Chiodi illustra come sia possibile interpretare la complessa relazione tra madre e padre che hanno abbandonato, il figlio che è stato abbandonato, i genitori adottivi che lo hanno accolto come proprio figlio.
Il contributo verrà pubblicato in 8 tappe, precedute da una introduzione di Gianmario Fogliazza.
Questa è la tappa 3.
QUI per leggere l’introduzione
QUI la tappa 1
QUI la tappa 2

Tappa 3 – La gravità e la banalità del male

Nell’impossibilità di riprendere tutti i passaggi della storia di Giuseppe, mi concentrerò su tre aspetti narrativi: il male, il processo della colpa (come esperienza e confessione) e il perdono, che in questa vicenda arriva prima della confessione stessa, rendendola possibile.

Vari sono gli episodi che raccontano l’accadere del male nella storia di Giuseppe. Fin dall’inizio.

Tutto ha origine dall’invidia dei fratelli

Giuseppe è il prediletto del padre Giacobbe – o Israele (Gn 32,29) -, essendo il figlio nato in vecchiaia, l’ultimo, anche se dopo la sua scomparsa nascerà ancora Beniamino (Gn 43,29-30). Ha molti doni e doti, tra cui quello di fare sogni particolari (Gn 37,11), che con un po’ di vanità e di ingenuità egli non nasconde. I suoi fratelli non possono sopportare nulla di tutto ciò. Il testo sottolinea il loro risentimento e cattiveria contro il padre Giacobbe, che sarà prima ingannato e poi da essi falsamente consolato (Gn 37,32-25).
È soprattutto contro Giuseppe che però si accanisce la loro invidia. I fratelli, tutti insieme – e saranno i capostipiti delle dodici tribù di Israele! – si rendono complici di una trama ‘diabolica’ contro di lui: gelosie, invidie, (tentato) omicidio, furto, litigi, violenza, sete di denaro, menzogna spudorata. Tutto ciò in una progressione di male impressionante, acuita dalla logica del branco, in cui si approfitta della debolezza dell’altro, lo si ferisce e si trama, di nascosto, per sbarazzarsi di lui!
Particolarmente drammatica è la scena nel deserto (Gn 37,12-35): i fratelli vedono arrivare Giuseppe, inviato dal padre per vedere come vanno le cose al pascolo, quando è ancora lontano, tramano contro di lui, decidendo di ucciderlo. Uno di loro, Ruben, preso da scrupolo, propone uno stratagemma per salvare Giuseppe: e suggerisce di abbandonarlo in una cisterna, con l’intenzione di tornare a salvarlo. Così decidono di fare: lo spogliano della sua bella tunica, lo gettano nella cisterna. Fatto il misfatto, si siedono tranquilli a mangiare. Impressiona qui la ‘banalità’ del male. Ladri, ‘assassini’, stanno lì tranquilli sul luogo del delitto.
Per caso, passa di lì una carovana di mercanti stranieri che va in Egitto. Allora un altro fratello, Giuda, mosso a ‘pietà’, propone di ‘risparmiare’ Giuseppe dalla morte e di limitarsi a venderlo come schiavo. Ruben, assente, si arrabbia contro i fratelli che erano all’oscuro delle sue buone intenzioni. I fratelli sporcano la tunica di Giuseppe, con sangue di capro, per ingannare il padre, facendogli credere che il giovane sia stato sbranato da qualche bestia feroce. Affranto dal dolore, il padre fa il lutto per molti giorni e tutti i suoi figli vengono a consolarlo. Ma Giacobbe non trova consolazione e si augura di morire. Intanto, lontano da qui, Giuseppe è condotto in Egitto.
Troviamo qui un esempio del male, dei pericoli e della ambiguità cui sono esposte le relazioni umane, anche tra fratelli e familiari: l’affetto fraterno si sfigura in invidia, si esalta nella complicità del gruppo, giunge alla volontà di uccidere, spinti dalla sete di denaro, fino alla menzogna.
È così facile che le relazioni di maggiore prossimità si deteriorino e diventino cattive. Proprio queste relazioni, impercettibilmente, inquinano l’uomo, rendendolo ‘cattivo’, ‘prigioniero’ di sé e del suo male, ‘peccatore’, perché il peccatore è un uomo prigioniero del male!

L’esperienza del male, per Giuseppe, non finisce qui

Giunto in Egitto (Gn 39-40), viene acquistato come schiavo da Potifar, il comandante delle guardie. Per la sua affidabilità, ne diventa l’uomo di fiducia e riceve in amministrazione tutti i beni della sua casa. La moglie di Potifar si invaghisce di lui e a più riprese tenta di sedurlo. Ma Giuseppe si rifiuta e scappa, lasciandole nelle mani la tunica. Per vendicarsi, la donna lo accusa e utilizza la sua veste come testimonianza contro di lui. Contro questi si scatena l’ira del suo padrone, che si sente tradito e lo fa gettare in prigione.
La seduzione messa in atto da questa donna, schiava del suo desiderio insaziabile, si trasforma in odio acuto contro Giuseppe. Il male, quando prende possesso di qualcuno, lo trascina in una spirale che acceca e fa credere che solo la menzogna ci possa salvare! È quanto appare negli inganni della moglie di Potifar: dal tradimento (tentato) nasce l’inganno e la vendetta, nell’accusa dell’innocente. La situazione però, proprio in prigione, troverà per Giuseppe una svolta inaspettata.

Un evento imprevedibile: la carestia (Gn 41,53-42,5)

Dopo una serie di vicende fortunate, legate alla sua capacità di interpretare i sogni che angustiano il faraone, Giuseppe esce dalla prigione e diventa secondo funzionario (viceré) più potente dell’Egitto (Gn 41,37-40).
Per volontà del faraone, si sposa, apparentandosi alle più nobili famiglie d’Egitto. Gli nascono così due figli, dai nomi significativi: Manasse (Gn 41,51: ‘perché – disse – Dio mi ha fatto dimenticare ogni affanno e tutta la casa di mio padre’) e Efraim (Gn 41,52: ‘perché – disse – Dio mi ha reso fecondo nella terra della mia afflizione’). Soprattutto, però, grazie alla sua opera intelligente, durante i sette anni durante i quali la campagna produce in gran quantità, egli fa accumulare il grano in enormi depositi (Gn 41,47-49).
Dopo sette anni di abbondanza (le vacche grasse), su tutta la terra si scatena una terribile carestia. Arriveranno anche i suoi fratelli, mandati dall’anziano padre che però non vuole separarsi dall’ultimo, Beniamino, perché ha paura di perderlo, come già – così lui pensa – aveva perduto a suo tempo Giuseppe (Gn 42,1-5).

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