Il teologo Maurizio Chiodi riflette sulla relazione tra genitori che abbandonano, figlio abbandonato e genitori che accolgono in adozione, a partire dalla storia del patriarca Giuseppe. La seconda tappa si concentra sulla promessa di Dio e il suo compimento in Gesù

Tra i testi raccolti nel fascicolo n. 12 della rivista “Lemà sabactàni?” dedicato al tema “Il grido di Giuseppe: il perdono del patriarca abbandonato”, troviamo il contributo del teologo Maurizio Chiodi (Il perdono nella grammatica della relazione), docente di teologia morale presso il Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” di Roma e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano, autore del libro Dramma, dono, accoglienza. Antropologia e teologia dell’adozione (Edizioni San Paolo – 2020), già primo Consigliere Spirituale e ispiratore dell’Associazione La Pietra Scartata, direttore della rivista “Lemà Sabactani?”.
Si tratta di una riflessione importante che parte dalla straordinaria storia del patriarca Giuseppe per individuare alcuni punti nevralgici e significativi della struttura drammatica delle relazioni umane.
Secondo tale prospettiva, Chiodi illustra come sia possibile interpretare la complessa relazione tra madre e padre che hanno abbandonato, il figlio che è stato abbandonato, i genitori adottivi che lo hanno accolto come proprio figlio.
Il contributo verrà pubblicato in 8 tappe, precedute da una introduzione di Gianmario Fogliazza.
Questa è la tappa 2.
QUI per leggere l’introduzione
QUI la tappa 1
Tappa 2 – La promessa di Dio
La vicenda di Giuseppe si colloca sullo sfondo della storia dei patriarchi, che va appunto dalla vocazione di Abramo alla morte di Giuseppe. In questa trama drammatica l’elemento decisivo è la promessa di Dio, che è insieme promessa della terra e di una discendenza innumerevole, un popolo. A volte le due sono formulate insieme anche materialmente, come in Gn 12,2.7 o in Gn 15,7-20.
Una sintesi efficace e straordinaria di questa storia è data nell’antico ‘credo’ di Dt 26,5-9: l’Arameo errante è Giacobbe, che ‘scese in Egitto’, ‘come un forestiero’ e ‘vi diventò una nazione grande’. Insieme alla promessa della terra e di un popolo, Dio promette un rapporto speciale di alleanza con sé: sarò ‘il Dio tuo’ (Gn 17,4-8). Al Sinai, con il dono delle ‘dieci parole’ questa alleanza troverà il suo culmine: ‘voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli’ (Es 19,3).
Questa promessa, entro cui si inscrive anche la storia di Giuseppe, si compirà con l’arrivo definitivo del popolo nella terra in Canaan, al tempo di Giosué. Quindi nemmeno i patriarchi, primi destinatari della promessa di Dio, la possederanno mai in senso pieno. Essi saranno sempre in qualche modo ‘forestieri’. La storia di Giuseppe termina con una grande domanda: dov’è finita la promessa della terra di Canaan, che Dio ha fatto al suo popolo? Con questo interrogativo si chiude la Genesi e si apre l’Esodo.
Al tempo dell’esilio la stessa domanda si riproporrà un’altra volta. L’opera di Dio, per quanto grande, non è ancora finita. Essa troverà compimento solo in Gesù. Nella sua carne la promessa si fa storia, evento, dialogo con l’uomo! Per questo ogni accadimento e ogni soggetto nel Primo Testamento è figura e anticipazione di lui. Nella storia di Gesù, nella sua Pasqua, il Dio-con-noi, l’Emmanuele, l’alleanza di Dio trova il suo definitivo compimento.
Quella di Giuseppe è una storia di grande intensità drammatica, piena di suspence e narrata con grande abilità letteraria: è un racconto sapienziale, chiaramente didattico, guidato dalla provvidenza di Dio, in uno straordinario incrocio di colpa e dolore [il biblista Von Rad è il primo, in questa storia, a parlare di un «concatenarsi di colpa e dolore» (G. Von Rad, Teologia dell’Antico Testamento. I. Teologia della tradizioni storiche d’Israele, Brescia 1972, p. 204); cfr. pure Aa.Vv., Introduzione generale allo studio della Bibbia, Brescia 1996, p. 98].
Colpi di scena, scelte malvagie, ribaltamenti, sensi di colpa, dolore, perdono, si susseguono, aprendosi a molteplici prospettive e ad analisi differenti. La storia è paradigmatica, di grande spessore antropologico.
L’elemento forse più rilevante è che in questa vicenda i personaggi vengono come «purificati dal dolore» e questo è l’effetto sconvolgente del male. Il male fa male. Proprio la ‘purificazione’ e il discernimento, non senza ritorni e ambiguità, alla fine condurranno Giuseppe a perdonare i suoi fratelli. A loro volta anch’essi saranno trasformati dagli eventi vissuti. È il perdono di Giuseppe che porterà al riscatto dei suoi fratelli.
Si annuncia così, all’interno dell’antropologico, un chiaro motivo teologico. In tutta la storia, il narratore mostra che Dio, con la sua grazia, è una ‘guida’ che opera in modo nascosto gli eventi umani e li conduce a compimento. Il lettore è condotto a scoprire che, «nel profondo nascondimento egli [Dio] si è servito di tutte le oscure vicende umane per attuare i suoi disegni».
Questo nascondimento è sempre legato al suo agire nella storia: le vicende umane lo rivelano proprio mentre egli vi si nasconde. La sua è una presenza-assenza: manca, perché c’è. Da qui il grido di invocazione dell’uomo a Lui.
Alla fine questo grido viene esaudito: tutto verrà ricapitolato in Cristo (Ef 1,10). In definitiva – grazie a Gesù – ‘tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio’ (Rm 8,28). Quella di Dio non è una provvidenza ‘generale’, ma è il compimento della promessa fatta ai nostri padri. La sua singolare volontà salvifica si è compiuta in Gesù.
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