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La storia di Giuseppe – L’esperienza umana dalla colpa al perdono (6)

Il teologo Maurizio Chiodi riflette sulla relazione tra genitori che abbandonano, figlio abbandonato e genitori che accolgono in adozione, a partire dalla storia del patriarca Giuseppe. La sesta tappa mette in rilievo la struttura del perdono

Tra i testi raccolti nel fascicolo n. 12 della rivista “Lemà sabactàni?” dedicato al tema “Il grido di Giuseppe: il perdono del patriarca abbandonato”, troviamo il contributo “Il perdono nella grammatica della relazione” del teologo Maurizio Chiodi, docente di teologia morale presso il Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” di Roma e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano, autore del libro “Dramma, dono, accoglienza. Antropologia e teologia dell’adozione” (Edizioni San Paolo – 2020), già primo Consigliere Spirituale e ispiratore dell’Associazione La Pietra Scartata, direttore della rivista Lemà Sabactani?.
Si tratta di una riflessione importante che parte dalla straordinaria storia del patriarca Giuseppe per individuare alcuni punti nevralgici e significativi della struttura drammatica delle relazioni umane. Secondo tale prospettiva, Chiodi illustra come sia possibile interpretare la complessa relazione tra madre e padre che hanno abbandonato, il figlio che è stato abbandonato, i genitori adottivi che lo hanno accolto come proprio figlio.
Il contributo verrà pubblicato in 8 tappe, precedute da una introduzione di Gianmario Fogliazza.

Questa è la tappa 6.
QUI per leggere l’introduzione
QUI la tappa 1
QUI la tappa 2
QUI la tappa 3
QUI la tappa 4
QUI la tappa 5

Tappa 6 – L’esperienza umana dalla colpa al perdono

Nella storia di Giuseppe c’è uno sviluppo drammatico che va dal male al perdono, passando attraverso la travagliata elaborazione del sentimento della colpa e la presa di coscienza del male.
Non si tratta di un ‘lieto fine’ automatico, perché il perdono giunge come un atto di suprema gratuità, un atto di imprevedibile e sorprendente sovrabbondanza. Solo così, i fratelli di Giuseppe giungeranno loro stessi a fare i conti con la loro colpa, venendone finalmente liberati.
In questa parte della riflessione vorremmo mettere in rilievo la struttura del perdono, riprendendo alcuni degli elementi antropologici universali: la colpa (a), la confessione che permette di distinguere l’atto da colui che lo compie (b), l’altezza del perdono (c).

a) La colpa

La colpa – ai suoi diversi livelli: penale, politico, morale (il più ‘doloroso’) –, come il male, ci appare sempre come qualcosa di ingiustificabile, insopportabile e irreversibile. Essa si attua nelle varie forme della violenza, accompagnate dalla menzogna: l’abbandono, l’abuso, il tradimento della promessa inscritta nel legame con l’altro.
Violenza e menzogna, in un autentico circolo vizioso, sono la struttura di ogni relazione cattiva, in una tragica conferma reciproca: la violenza implica la menzogna e la menzogna instaura la violenza. Io sono responsabile del male compiuto. Questa azione cattiva, da me compiuta (non subito), fa parte della mia storia. La colpa è legata alla memoria di sé.

b) La confessione

La confessione si colloca nella differenza tra l’atto e il soggetto. Confessare la colpa – limitandoci alla colpa commessa e non a quella subìta – è fare memoria di ciò che non avremmo voluto compiere. la confessione è l’atto culminante di questa memoria, in cui il soggetto prende coscienza di sé e si riconosce ‘colpevole’, attribuendosi la responsabilità del male accaduto.
La confessione della colpa rivela la distanza tra l’atto e il soggetto. Per un verso il soggetto si determina nei suoi atti ma per altro verso non c’è coincidenza tra l’atto cattivo e il soggetto che agisce. Questi è più grande della sua azione.
La confessione è il primo passo nella direzione di un superamento e di un ‘riscatto’. Questo, nella storia di Giuseppe, non l’hanno i suoi fratelli. È lui che li ‘costringe’ – quasi – a riconoscere il male compiuto e a chiedere il perdono.

c) L’altezza del perdono

L’altezza del perdono e l’abisso della colpa hanno tra loro una insuperabile sproporzione. Il male è ‘imperdonabile’. Proprio questo fa ‘scattare’ l’altezza del perdono, rivelandone l’illimitatezza e la gratuità. L’atto del perdono va oltre lo scambio o la retribuzione ‘mercenaria’, che si limita a dare all’altro ‘solo’ quel che si merita. Il perdono annulla la vendetta e il risentimento che la alimenta. È un atto di fiducia, di nobiltà, che si colloca nell’economia del dono e della sovrabbondanza. Esso non è un semplice azzeramento o una cancellazione di quanto è accaduto: esso sovrasta il male, se ne svincola, non se ne lascia imprigionare. Nelle relazioni concrete, il perdono può essere distinto secondo una triplice tipologia: assoluto, in risposta ad un’invocazione, in presenza di una pretesa. In ogni caso, esso appartiene all’economia della sovrabbondanza: per definizione, esso non è mai dovuto. Se lo fosse, non sarebbe perdono. Il perdono può essere anzitutto assoluto.
Ciò avviene quando è donato a chi non è pentito del male compiuto e/o non è disponibile a riconoscerlo, come nei fratelli di Giuseppe, dove la grazia del perdono, di per sé sempre assoluto, acquisisce una particolare visibilità. In questa storia lo stesso perdono ricevuto, a posteriori, farà nascere il dono del perdono.
In secondo luogo, il perdono può essere donato a chi lo invoca e lo attende, è pentito e sta facendo un cammino di ‘conversione’ e di cambiamento. Apparentemente qui il perdono sembrerebbe in qualche modo dovuto, ma non è così. Esso rimane una sorta di ‘secondo primo dono’. È risposta gratuita a un’invocazione senza pretesa. Chi perdona, non lo fa perché l’altro si pente, ma pone un atto di gratuità all’interno di una relazione nuova, in cui l’altro ha confessato la sua colpa.
In terzo luogo, il perdono può essere dato anche a chi addirittura lo pretende.
In tal caso esso si inscrive ancor più nella logica della sovrabbondanza, perché va oltre la sensazione della costrizione, suscitata dalla pretesa pressante di chi lo esige. In realtà pretendere che l’altro perdoni, significa fargli del male una seconda volta. Perciò, in tali condizioni, il perdono viene dato due volte.

[continua…]

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