Domenica 4 ottobre (XXVII domenica del Tempo Ordinario) Vilma e Sergio Barel (Gruppo Famiglie Ai.Bi. Regione Friuli Venezia Giulia) commentano il passo del Vangelo secondo Matteo
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,33-43)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Il commento di Vilma e Sergio
Quando un dono non è custodito
Il Vangelo ci racconta di un padrone che prepara la sua vigna con una cura immensa, dotandola di ogni protezione e strumento, e affidandola poi a dei contadini affinché la custodiscano e ne facciano maturare i frutti. È un luogo nato dall’amore e dalla fiducia del creatore, ma che si scontra con l’egoismo di chi la possiede credendo di poterne disporre a proprio piacimento, dimenticando che si tratta di un dono. La nostra esperienza adottiva ci fa riconoscere nella vita di ogni bambino, creata con amore infinito da Dio e pensata per essere un luogo di gioia e di fioritura, la vigna del Signore. Purtroppo, la storia dei nostri figli è spesso segnata da chi non ha saputo o potuto custodire questo dono, da situazioni in cui la fiducia originaria si è spezzata e la “vigna” della loro infanzia è stata lasciata esposta al freddo dell’abbandono.
Stare di fronte al mistero dell’abbandono
Anche il figlio del padrone non viene accolto dai contadini, ma cacciato fuori dalla vigna ed eliminato perché vissuto come un peso o un ostacolo ai propri interessi, anziché come il dono più grande del padre. In questo figlio cacciato fuori, noi rivediamo la ferita più profonda dei nostri bambini. Anche loro, in qualche modo, hanno sperimentato cosa significhi essere “cacciati fuori” dalla vigna della loro famiglia di origine o da una società che non ha saputo fare spazio ai loro bisogni. Come madri e padri, ci troviamo davanti al mistero insondabile di questo rifiuto, toccando con mano il dolore di chi è stato spinto ai margini invece di essere accolto come l’eredità più preziosa.
Da scarto a fondamento
Ma Gesù ci illumina richiamando i salmi: la pietra che i costruttori stessi avevano scartato, giudicandola inutile o imperfetta, è proprio quella che il Signore sceglie per farne la pietra d’angolo, il fondamento indistruttibile di tutta la costruzione. Questo è il cuore pulsante della nostra spiritualità. Nostro figlio è esattamente quella “Pietra Scartata”. Le circostanze, le fatiche del mondo o i costruttori della società lo avevano messo da parte, ma nel momento in cui le nostre vite si sono incrociate, quello scarto è diventato il centro della nostra casa.
Non padroni, ma custodi
Infine, la vigna viene tolta a chi l’ha rovinata per essere affidata a un popolo nuovo, a contadini capaci di farle produrre i frutti a tempo debito, vivendo non di possesso, ma di gratitudine e di cura. Anche noi ci sentiamo chiamati a essere quei nuovi contadini. Non abbiamo conquistato la nostra famiglia per un diritto di sangue, ma l’abbiamo ricevuta come un dono immeritato. La nostra vocazione di genitori adottivi è quella di coltivare questa nuova vigna con umiltà e pazienza, permettendo al nostro bambino di guarire e di far sbocciare i frutti meravigliosi che porta dentro di sé. Noi non siamo i “padroni” dei nostri figli, ma i custodi scelti per fare in modo che la loro vita, una volta scartata, possa finalmente produrre e donare al mondo i frutti bellissimi dell’amore e della speranza.
Vilma e Sergio
(I coniugi Barel sono componenti del Gruppo famiglie Ai.Bi. della Regione Friuli Venezia Giulia)
(L’immagine proposta a corredo del testo è stata generata con l’intelligenza artificiale)
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