Di fronte alla situazione di abbandono le porte sembrano rimanere chiuse. Eppure la Parola di Dio rilancia una nuova prospettiva e fa intravedere la possibilità che qualcosa possa cambiare suscitando vocazioni per l’accoglienza
Con questo ultima tappa, si conclude la rilettura del Libro del profeta Isaia da parte di Davide Pezzoni. Dopo aver esplorato la condizione di abbandono vissuta dal popolo eletto, in questa ultima tappa il biblista riprende la speranza che è assicurata da un Dio che non ha solo osservato l’abbandono, ma l’ha personalmente attraversato e vissuto. Una speranza che trova possibile compimento nella vocazione che caratterizza quanti colgono nella propria vita la grazia della sterilità feconda.
La riflessione, dopo un testo introduttivo, si è sviluppata in sei distinte tappe.
L’introduzione può essere letta QUI
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Nessuno ti chiamerà più abbandonata (Is 62,4)
Di fronte alla situazione di abbandono non molte porte sembrano rimanere aperte. Eppure la Parola rilancia una prospettiva, anche quando sembra sottolineare duramente la condizione di abbandono e disperazione in cui il popolo versa.
Così il libro delle Lamentazioni nella sua attonita durezza conclude con un passaggio che fa intravedere la possibilità che qualcosa possa cambiare:
“Ma tu, Signore, rimani per sempre, il tuo trono di generazione in generazione. Perché ci vuoi dimenticare per sempre, ci vuoi abbandonare per lunghi giorni? Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo, rinnova i nostri giorni come in antico. Ci hai forse rigettati per sempre, e senza limite sei sdegnato con noi?” (Lam 5,19-22).
Qualcosa può dunque cambiare, ma solo perché Dio stesso è entrato nel dramma dell’abbandono, ne ha sperimentato la durezza (come Padre abbandonato dai figli, come Figlio abbandonato dal Padre); ecco, allora, che ha compiuto quel percorso che un figlio adottivo reclama dalla propria madre:
Se vuoi essere mia madre, entra dentro il pugnale che mi attraversato. Ti devi fondere con me, con chi mi ha fatto. Adesso tu devi provare … l’abbandonato, l’abbandonante. Non può esserci un idillio tra noi, tu cosa ne sai …? Vuoi saperlo? Allora provalo! L’amore non è un idillio, mi vuoi davvero? Io non lo so, voglio vedere se c’è un fondo, voglio vedere se reggi il terremoto, io la terra la voglio far tremare, voglio far tremare quelle cose della coscienza tranquilla, voglio far tremare il tuo paese perché il mio me lo avete distrutto. Voi chi siete per poterci abitare così tranquilli e contenti, in giardini di fiori coltivati mentre il mio paese [il Brasile, ndr] è solo un immenso giardino? Voglio veder crescere le erbacce dei vostri prati rasatamente soppresse. Mi ami? Allora distruggi il tuo mondo così come si è distrutto il mio. Solo allora, forse, possiamo giocare una partita leale. Io non lo so! Fino a che punto posso farmi distruggere per amore, e non so più come farai, come faremo? Non m’importa! Non potrai essere importante per me, se non mi ami sino all’infinito … Non sei mia madre. Punto. Non sei mia madre. (cfr Aa.Vv., Nel cuore dell’adozione. Per una spiritualità dell’accoglienza, Milano 2005, p. 49)
Solo quel Dio che rimane per sempre, solo Lui che garantisce la sua fedeltà e il suo amore perché non può rinnegare se stesso (2Tim 2,11-13), può accompagnare chi è ferito dall’abbandono a non vedere questa morte come unico orizzonte, a non disperare di poter ritrovare quella relazione vitale che gli è stata strappata.
Tutto il capitolo 49 di Isaia racconta questa possibilità: perché se anche una madre – e un padre – arrivassero a dimenticarsi del proprio figlio (e ci arrivano così spesso, anche al giorno d’oggi!), se arrivassero a rinnegare la vita che hanno generato, il Signore mai potrà farlo; Egli, infatti, porta sul palmo della sua mano il nome di ogni uomo e donna ai quali ha donato la vita e l’amore che nutre verso i propri figli adottati nel Figlio è l’amore profondo, uterino, commovente, proprio delle madri che sanno vivere autenticamente la loro verità (Is 49,15-16).
Dunque, il Signore chiama qualcuno fin dal seno materno ad annunciare parole di nuova speranza, suscita qualcuno che sia segno di amore, presenza di consolazione, luce per dissipare le tenebre dell’abbandono. “Io salverò i tuoi figli” (Is 49,25): è solo il Signore che può farlo, ed è lui che si impegna con questa promessa.
Poiché non può rimanere indifferente di fronte al grido disperato e urgente di chi chiede un padre e una madre, deve “inventare” qualcosa nell’infinita fantasia della sua presenza provvidente; ecco, allora, che la sua grazia si rivela in nuove sfaccettature, nei volti paterni e materni di chi è disposto a prendere in braccio nuovi figli, di “re” e “principesse” consapevoli di poter essere genitori adottivi: di chi è chiamato a vivere, come risposta di Dio all’abbandono subìto, la grazia della sterilità feconda.
Per una completa ed organica lettura del contributo di Davide Pezzoni, ricalibrato per esigenze redazionali in questa occasione, suggeriamo l’acquisto del fascicolo n. 3 della rivista “Lemà sabactani?”.
(6 fine)
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