Se “uccidere il padre” è l’unico modo per crescere nella responsabilità, tradire l’affetto paterno impone il peso di una “libertà” conquistata sacrificando il senso della propria vita
Prosegue la rilettura del Libro del profeta Isaia da parte di Davide Pezzoni. Dopo aver mostrato quale sia la prospettiva dello sguardo profetico, di un Signore che accoglie il grido di abbandono del suo popolo e ne conosce l’origine perché Egli per primo lo ha subito, in questa tappa il biblista mostra come la decisione dell’uomo di “partire da sé per misurare la realtà e il mondo” è una frattura che lo allontana dalla giusta prospettiva: quella di guardare al mondo come pensato “in una relazione filiale-paterna-materna-fraterna tra il Creatore e la creatura, l’uomo e la donna, i fratelli e le sorelle”.
La riflessione di dispiega in sei tappe più un’introduzione. Questa è la tappa numero 5.
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Dice Sion: “Il Signore mi ha abbandonata, il Signore si è dimenticato di me …” (Is 49,14)
La lontananza dal Signore fa sentire presto il suo peso: Israele è un figlio, che lo voglia o no, e se “uccidere il padre” è l’unico modo per crescere nella responsabilità verso l’età adulta – dicono i nostri psicologi -, il tradire l’affetto paterno porta alla lunga a sentire il peso di quella “libertà” conquistata sacrificando il senso della propria vita e tagliando il legame con la propria radice.
Lontano da Dio perde sapore ciò che prima realizzava l’esistenza:
• la terra della promessa perde la sua fertilità benedetta e riflette l’abbandono e la devastazione del figlio scacciato (Is 6,5; 62,4);
• la città costruita dal Signore, da baluardo saldo e fortezza inespugnabile (Is 26,1) diventa luogo insicuro e desolato (Is 27,10);
• Gerusalemme dove tutti i popoli sono attirati dalla presenza di Dio e possono trovare la loro vera origine (Sal 87) è abbandonata e silente, luogo selvaggio in cui ormai solo gli animali possono abitare (Is 32,14);
• la comunità in cui sperimentare giustizia e pace nella fede al Dio Altissimo (Sal 72; 85; Is 9,1-6) è sfigurata dall’ipocrisia di sacrifici vuoti e relazioni umane false e opportuniste (Is 1,10-17; 10).
Questa feroce pesantezza ricade soprattutto sulle spalle di coloro – il resto fedele – che all’interno del popolo hanno solo subìto le scelte e i comportamenti di chi ha tradito l’alleanza e si trovano a condividerne l’esperienza di abbandono, pur non essendone responsabili.
Ecco, allora, che risuonano forti le grida del figlio che si sente tradito, del bimbo che sperimenta bruciante il silenzio e l’assenza di colui che lo accompagnava con amore nella crescita.
Ecco che Èfraim, l’abbandonato, vede rispecchiate intorno a sé solo sterilità e morte, non può trovare sicurezza in una città che non è più casa, ma campo di battaglia; sente che non si può più fidare dei suoi simili, perché la fiducia è un lusso e l’ingiustizia, lo sfruttamento, l’ipocrisia sono la norma.
Trascinato dall’angoscia dell’abbandono nel baratro della disperazione, non può far altro che rispecchiare e rilanciare intorno a sé l’esperienza di morte che ha patito.
Per una completa ed organica lettura del contributo di Davide Pezzoni, ricalibrato per esigenze redazionali in questa occasione, suggeriamo l’acquisto del fascicolo n. 3 della rivista “Lemà sabactani?”.
(5 continua)
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