Salta al contenuto Skip to sidebar Skip to footer

L’esperienza di abbandono nel profeta Isaia: la legge di Dio (4)

Il peccato rompe la fiducia che Dio ha nell’uomo, storpiando lo sguardo sull’altro: non più espressione del dono della vita, bensì minaccia alla propria autodeterminazione e libertà

Prosegue la rilettura del Libro del profeta Isaia da parte di Davide Pezzoni. Dopo aver mostrato quale sia la prospettiva dello sguardo profetico, di un Signore che accoglie il grido di abbandono del suo popolo e ne conosce l’origine perché Egli per primo lo ha subito, in questa tappa il biblista mostra come la decisione dell’uomo di “partire da sé per misurare la realtà e il mondo” è una frattura che lo allontana dalal giusta prospettiva: quella di guardare al mondo come pensato “in una relazione filiale-paterna-materna-fraterna tra il Creatore e la creatura, l’uomo e la donna, i fratelli e le sorelle”.

La riflessione di dispiega in sei tappe più un’introduzione. Questa è la tappa numero 4.

L’introduzione può essere letta QUI
QUI per leggera la tappa 1
QUI per leggera la tappa 2
QUI per leggera la tappa 3

Hai dimenticato la Legge del tuo Dio, ecco io dimenticherò i tuoi figli (Os 4,6)

“Disastro per ribelli e peccatori insieme, nient’altro che la fine per chi ha abbandonato il Signore!” (Is 1,28), così si rende esplicita la prospettiva che intesse il racconto di tutto il Pentateuco, e che è rilanciata nel momento in cui Israele riflette sulle cause della sciagura grande che l’ha colpito: la perdita della Terra della promessa, del luogo della Presenza, non è da imputare ad altro che all’infedeltà del popolo amato.
Seguire il cuore perverso (un cuore che non è più capace di ragionare secondo il vero bene per l’uomo, che non riesce più a intuire le prospettive di vita che si aprono davanti ad esso; una capacità personale e intellettiva che si offusca e diventa incapace di discernere il percorso quotidiano che mantiene nella fedeltà al Creatore) porta necessariamente su strade diverse rispetto a quelle che il Signore sta percorrendo e, dunque, porta alla distruzione, alla fine, a svanire nella morte che segna l’uomo dal momento in cui si è per la prima volta allontanato dalla sorgente della sua vita.
È proprio in questo primo staccarsi da Dio che l’´ädäm perde la comprensione di quei rapporti che sono essenziali e strutturali per definirsi “umano”, e per realizzare quella somiglianza che ne sviluppa l’immagine fondamentale: è nel decidere di partire da sé per misurare la realtà e il mondo, che si perde la misura di quei rapporti che sono naturalmente segno di una bellezza che è propria del mondo pensato in relazione, in una relazione filiale-paterna-materna-fraterna tra il Creatore e la creatura, l’uomo e la donna, i fratelli e le sorelle.

Se la coppia è l’espressione più piena e rivelativa del volto di Dio Amore (1Gv 4,8, in relazione a Gn 1,27), la famiglia ne è la sua naturale espressione in legami di solidarietà, affetto, cura, pazienza, accoglienza e riconciliazione: ecco allora che il peccato, questo taglio netto con la fiducia che Dio ha nell’uomo, storpia lo sguardo sull’altro, portando a ritenerlo non una ricchezza che mi completa, non più l’espressione del dono della vita che prosegue l’opera di creazione con lo stesso amore di Dio, bensì un impiccio di cui sbarazzarsi, una minaccia alla propria autodeterminazione e libertà.

È proprio quando lo sguardo sull’altro assume questa prospettiva, che può forse inverarsi la famosa espressione di J. P. Sartre: “Gli altri sono l’inferno” (dall’opera teatrale “A porte chiuse”, 1945). Un inferno che pesa sul desiderio smodato di compiacersi, che impone chiusure alle possibilità di autorealizzazione, che appesantisce con la prospettiva di scelte e impegni, e che per questo va esorcizzato, eliminato, abbandonato … di contro, un inferno subìto quando si è sentiti e pensati dall’altro – quell’altro che con me dovrebbe avere una relazione vitale di calore e affetto – come un peso e una minaccia: un inferno che prende il nome (consapevolmente o inconsapevolmente) di abbandono.
Ecco allora che il Signore sperimenta per primo l’inferno dell’essere abbandonato da quello che vorrebbe amare come un figlio, e di nuovo sperimenta il dolore dell’abbandono ogni volta che il popolo che ha scelto come sposa, che ha allevato come un figlio, torna ad allontanarsi trascinato dalla tentazione di vie più facili e immediatamente remunerative, anche se meno vere e vitali.

Per una completa ed organica lettura del contributo di Davide Pezzoni, ricalibrato per esigenze redazionali in questa occasione, suggeriamo l’acquisto del fascicolo n. 3 della rivista Lemà sabactani?.

(4 continua)

 

Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.


DONA ORA

Lascia un commento