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L’esperienza di abbandono nel profeta Isaia: si dimentica forse una donna del proprio figlio? (1)

Il biblista Davide Pezzoni rilegge il Libro di Isaia, evidenziando le “parole intense” che vi risuonano in relazione alla ferita dell’abbandono

Comincia da questa prima tappa la lettura del Libro del profeta Isaia da parte del biblista Davide Pezzoni, che prova a illuminare di un possibile senso l’esperienza dell’abbandono.
L’avvio della rilfessione spiega come lo “scandalo” dell’abbandono ponga interrogativi che chiamano in causa la possibilità stessa dell’uomo di relizzare la propria umanità. Davanti all’abbandono, la domanda di senso si fa radicale e arriva a chiedere conto al Signore: “Come può, proprio lui” non chinarsi a “vegliare la vita ferita da questo abbandono così tagliente?”.
Pezzoni individua nel libro di Isaia una possibile traccia da seguire, perché in esso “risuonano con evidenza parole intense proprio in relazione all’abbandono”.

La riflessione di dispiega in sei tappe più un’introduzione. Questa è la tappa numero 1.
L’introduzione può essere letta QUI

Si dimentica forse una donna del proprio figlio?

Propongo un breve e necessariamente incompleto (data la vastità del testo e la profondità del tema) percorso di lettura della Parola risuonata nella vita e nell’annuncio del profeta Isaia, che può aiutare a illuminare la comprensione di questa esperienza dis-umana sia nel suo accadere che nel senso che pure ne può emergere.

Perché ci vuoi dimenticare per sempre? Ci vuoi abbandonare così a lungo? (Lam 5,20)

Difficile rimanere indifferenti di fronte alle testimonianze dei ragazzi e delle ragazze che hanno sperimentato nella loro esistenza – alcuni fin da subito nell’esperienza immediata e preriflessa del neonato – l’angoscia dell’abbandono, il dolore gelido di un abbraccio negato, un affetto rifiutato, una famiglia che si distrugge e lascia disperati e storditi.
Difficile non pensare che da subito il bimbo sente “a pelle” quanto quel rapporto gratuito e naturale che nasce dal primo istante del concepimento e via via cresce nell’amore dei genitori respirato, assorbito quasi come nutrimento fisico, sia un rapporto che gli è dovuto in qualche modo dalla decisione stessa di concepire la sua vita, e metterla al mondo.

Eppure questa scelta (e probabilmente uno dei problemi è che non sempre di scelta consapevole si può parlare…) troppe volte vede disatteso il normale dispiegarsi di una crescita insieme, come famiglia, nella serenità e nella fatica della quotidianità. Così si scopre quasi per caso, che non solo in paesi segnati dalla povertà o dall’arretratezza, ma anche in questo nostro occidente depresso, sazio e svogliato, qualcuno soffre di una sofferenza così profonda e intima da metterne addirittura in questione la possibilità di realizzare la propria umanità, quell’umanità che il Signore ha sognato-costruito tutta bella.
E, troppe volte, questa lancinante mancanza di amore, la negazione del diritto fondamentale ad esser figlio/a, non trova né l’occasione, né gli strumenti per farsi parola, per potersi esprimere, per trovare un interlocutore che sappia raccoglierne l’appello e impegnarsi in una risposta significativa. Troppe volte ancora la normale necessità per un figlio di avere genitori che lo amino non incontra né l’attenzione né la disponibilità di una società (ad ogni suo livello) che questo diritto dovrebbe garantire come uno tra i più sacri e fondamentali.
Ma se a noi che inciampiamo quasi casualmente in queste storie – nel racconto che ne sentiamo fare piuttosto che nell’esperienza che incrociamo – esse restano dentro ed è difficile rimanerne indifferenti, un dubbio spunta e si fa strada: e il Signore? Proprio Lui, quel Dio che si racconta sia stato così famigliare alla prima famiglia e giù lungo le generazioni abbia con trepidazione di padre e affetto materno sorretto e custodito l’uomo nel cammino (cf. Sal 37,23) per tornare bello come al principio? Possibile che non si chini a vegliare la vita ferita da questo abbandono così tagliente?

Risuona forte la domanda che il libro delle Lamentazioni pone, e che tante altre esperienze di vita raccontate nella Scrittura rilanciano (vedi ad esempio la vicenda di Giobbe, anche lui in un certo senso un “figlio” che si sente abbandonato alla morte). Varrebbe la pena, allora, ripercorrere dal principio il cammino delle Scritture, se si volesse prendere sul serio questa domanda che fa capolino, se ci si volesse sul serio confrontare con interrogativi e dubbi che potrebbero fare da “levatrice” per la rinascita di una fede a volte un po’ asfittica, invece di esser lasciati a rivestire il ruolo ingrato di sassi gettati alla credibilità della fede da qualche libro che aspira a diventare best-seller…

E se il principio sta proprio all’inizio del racconto e nella norma che la Torah tratteggia per una vita buona e capace di seminare il bene, quel principio ha in sé la necessità di essere sempre di nuovo raccontato, per essere capace di parlare agli uomini di ogni tempo e di ogni cultura e fornire ad essi le categorie culturali e spirituali per comprendersi nella loro verità e realizzarla nella giustizia e nell’amore (Sal 101,1ss.: Amore e giustizia voglio cantare, canterò a te Signore…). Così se ne incaricano i profeti, con le loro parole e la loro vita, due facce della stessa Rivelazione di Dio, significativa per il loro tempo e donata ad ogni tempo del mondo.

C’è un libro profetico, quello che va sotto il nome di Isaia, nel quale risuonano con evidenza parole intense proprio in relazione all’esperienza dell’abbandono. La scelta di Isaia è, dunque, sicuramente parziale e contingente, ma non arbitraria: se il punto di partenza per l’indagine precedente è stato proprio il Principio della Torah, il prosieguo lo vogliamo ritrovare in uno dei libri che portano questo principio a dipanarsi nei secoli, accompagnando come richiamo e “canone” veritativo la concretezza dell’esperienza di quel popolo che ha scelto di riconoscere nel Signore – in Colui che è l’Emmanuele – la fonte della propria vita, e della promessa buona che è inscritta in essa (cfr. Gn 1,26-31).

Per una completa ed organica lettura del contributo di Davide Pezzoni, ricalibrato per esigenze redazionali in questa occasione, suggeriamo l’acquisto del fascicolo n. 3 della rivista Lemà sabactani?.

(1 continua)

 

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