Lo sguardo profetico di chi conosce il grido di abbandono di un popolo, sa da dove esso derivi e sa come rispondere in modo adeguato
La terza tappa della rilettura del Libro del profeta Isaia da parte del biblista Davide Pezzoni parte, in modo quasi “provocatorio” ,da un passo del Libro di Isaia utile per provare a trovare, inizialmente, un punto di incontro tra il dolore che interroga l’esistenza e quel Dio che dell’esistenza dell’uomo è fonte e significato. Le parole di Isaia mostrano quale sia la prospettiva dello sguardo profetico, di un Signore che accoglie il grido di abbandono del suo popolo, ne conosce l’origine e sa come rispondere in modo significativo, perché Egli per primo ha subito l’abbandono.
La riflessione di dispiega in sei tappe più un’introduzione. Questa è la tappa numero 3.
L’introduzione può essere letta QUI
QUI per leggera la tappa 1
QUI per leggera la tappa 2
Si dimentica forse una donna del proprio figlio?
Diamo spazio alla voce del profeta figlio di Amoz (curioso che del padre di Isaia non si racconti proprio nulla nella Bibbia, ma Isaia venga da subito – già in 2Re, e qui in apertura del libro – connotato secondo il suo rapporto filiale; sulle 35 volte in cui Isaia viene citato nelle Scritture, 13 volte – in 2Re, 2Cronache e Isaia – il suo nome è accompagnato dall’apposizione “figlio di Amoz”, un nome che ricorre solo in questa espressione e sempre in riferimento al profeta):
Visione che Isaia, figlio di Amoz, ebbe su Giuda e su Gerusalemme nei giorni di Ozia, di Iotam, di Acaz e di Ezechia, re di Giuda. Udite, cieli; ascolta, terra, perché il Signore dice: “Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. Guai, gente peccatrice, popolo carico di iniquità! Razza di scellerati, figli corrotti! Hanno abbandonato il Signore, hanno disprezzato il Santo di Israele, si sono voltati indietro (Is 1,1-4).
La scelta di questo passo potrebbe di primo acchito suscitare qualche perplessità: ma non si stava parlando dell’abbandono subìto? È vero che la prospettiva dalla quale prendiamo le mosse sembra effettivamente dispiegarsi in direzione opposta, ma ci sembrava importate poter trovare un punto di incontro tra il dolore che interroga l’esistenza e quel Dio che dell’esistenza dell’uomo è fonte e significato.
La percezione della distruzione potente che l’abbandono semina nell’esperienza vissuta dall’essere umano, e la testimonianza dei diversi e difficoltosi cammini che portano a ritrovare il diritto di avere una famiglia in cui sperimentare l’amore che fa crescere, può incontrarsi con stupore, ma anche con sollievo, con l’analoga esperienza patita dall’Emmanuele, il Dio che ha deciso di abitare la nostra vita non solo camminando sugli stessi sentieri e abitando sotto lo stesso tetto, ma anche e soprattutto prendendo la nostra stessa carne.
Ecco che, allora, prende senso leggere queste parole accorate con cui il libro di Isaia comincia, parole che mostrano da subito la prospettiva dello sguardo profetico. Il Signore raccoglie il grido di un popolo che si sente abbandonato, ma ne conosce l’origine e sa rispondervi in modo significativo perché Egli per primo ha patito l’abbandono da parte del suo popolo, di Israele che ha cresciuto come un figlio. In questa prospettiva si ritrovano diversi passi biblici; citiamo solo Osea, dove si nota la dolcezza paterna/materna con la quale Dio si prende cura di Efraim e l’incomprensione con cui egli lo ripaga:
“Quando Israele era fanciullo io l’ho amato, e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Ma più li chiamavo, più si allontanavano da me; immolavano vittime ai Baal, agli idoli bruciavano incensi. A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11,1-4).
È significativo che le espressioni utilizzate dal testo dicano con molta plasticità e umanità l’impegno di un padre che accompagna nella crescita i propri figli, di un genitore che segue attentamente i passi di coloro che ha generato (“Il Signore rende saldi i passi dell’uomo, segue con amore le sue vie” Sal 37,23).
Ed è proprio l’esser ripagato con il tradimento, l’esser dimenticato da chi ha ricevuto cure e amore, il subire la ribellione di figli corrotti dalla mancanza di conoscenza e dall’incapacità di capire, lontani dalla loro verità, che è sentito come scandalo insopportabile, ed è segno che l’uomo ha ormai un cuore indebolito dal male, una testa dura, malata d’egoismo e insofferenza, è segno di una persona che ha perso i propri riferimenti e che ha rovinato con le proprie scelte anche ciò che era buono fin dal principio e nella sua più profonda essenza.
Ecco, allora, gli epiteti tremendi con cui il figlio-popolo è apostrofato, epiteti che Osea riassumerà in nomi profetici di una durezza scioccante: Non-mio-popolo, Non-amata (Os 1,6.9).
Per una completa ed organica lettura del contributo di Davide Pezzoni, ricalibrato per esigenze redazionali in questa occasione, suggeriamo l’acquisto del fascicolo n. 3 della rivista Lemà sabactani?.
(3 continua)
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