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Il segno della sterilità feconda. Come se ci fossimo conosciuti da sempre (13)

La relazione si instaura proprio nel «mettere» il mio spirito – l’amore, la speranza, l’attesa, la sofferenza – nella «tua carne»: questo è il momento nel quale avviene la generazione adottiva

Giunge alla fine la riflessione di Marco Griffini intorno ai risvolti teologicamente più significativi della sterilità feconda. E l’approdo è quanto mai “concreto”, perché, alla fine del lungo percorso di analisi, ciò che emerge chiaramente è come la generazione adottiva avvenga nel momento in cui il genitore, mediante il dono della grazia, entra in relazione con il corpo del proprio figlio, benché questo non sia ancora noto. Si tratta di un’accoglienza “a doppio senso”, che accoglie e nello stesso tempo viene accolta; che ama e che nello stesso tempo viene amata. Un richiamo diretto a quanto recita il Vangelo di Marco: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me … accoglie … colui che mi ha mandato»

La riflessione si è dispiegata in più tappe. Quella che segue è la tappa numero tredici, nonché ultima, della seconda parte.
In fondo alla pagina il link alle tappe precedenti.

Conoscersi da sempre

Quante volte ho sentito espressioni come questa sulle labbra dei genitori adottivi e non è certo perché qualcuno ha mostrato loro, pochi giorni prima, una vecchia e sbiadita fotografia. È come se nel suo corpo fossimo già entrati tempo addietro: è troppo ardito parlare di «incorporazione»?
D’altra parte – con buona pace dei teologi – è proprio questo che avviene nella dinamica della «nostra» grazia: mediante il dono (quindi la grazia) attiviamo una relazione reale con un corpo (anche questo reale benché non ancora a noi noto). In altri termini, «entro» in rapporto con un corpo, il quale, a sua volta, entra in rapporto con il mio: è un corpo che si adotta; quindi lì si instaura una vera relazione fra due corpi. È – se vogliamo – credere che in quel corpo, con il quale sono entrato in relazione, per merito della grazia, possa vivere il mio spirito.
Perché in definitiva la relazione si instaura proprio nel «mettere» il mio spirito – l’amore, la speranza, l’attesa, la sofferenza – nella «tua carne»: questo è il momento nel quale avviene la generazione adottiva.
Ora posso accoglierti perché sono in te e tu sei in me: «L’accoglienza quando si realizza innesca un processo virtuoso e circolare nel quale colui che accoglie, mentre dona, riceve e ugualmente l’altro, mentre viene accolto e ricevuto, dona egli stesso»(M.Chiodi )
«Io accolgo te» e in questo «accogliere» c’è il dono di tutto me stesso e il ricevere tutto di te stesso.
Accettando quindi il dono della sterilità feconda scopriamo la pienezza «dell’accoglienza»: accolgo, ma vengo accolto; salvo, ma vengo salvato; amo, ma vengo amato. Sotto i riflettori della paternità e maternità adottiva appare, in tutta la sua significatività, il passo di Marco: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37). Ho accolto il tuo dono e tu, Padre, mi hai accolto; il dono è «accaduto», si è compiuto.

(13 – fine)

Per approfondimenti, vedi Marco Griffini, Sterilità feconda: un cammino di grazia.

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