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Il segno della sterilità feconda. Accogliere il dono di un corpo (12)

L’atto del ricevere è difficile e non è per nulla scontato: comporta per esempio che si accolga ciò che ci è donato, anche se non corrisponde ai nostri desideri

L’articolato “viaggio” di Marco Griffini nei misteri e nei risvolti teologicamente più significativi della sterilità feconda arriva a uno snodo cruciale e, forse, tra i più inaspettati. Perché dopo aver compreso il dono della grazia, aver fatto la sua scoperta, averla contemplata, attesa e analizzata nella sua reciprocità… arriva il momento in cui si deve decidere se accettarla o meno. Come ogni “regalo”, infatti, non basta l’atto del donare per renderlo tale, ma serve che chi lo riceve decida di accettarlo nella sua interezza, con “gioia e gratitudine”. Nel caso dei genitori adottivi, questo significa accettare “tutto” del proprio figlio: passato, paure, insicurezze e la ferita dell’abbandono.

La riflessione si dispiegherà in più tappe. Quella che segue è la tappa numero dodici della seconda parte.
In fondo alla pagina il link alle tappe precedenti.

L’accettazione del dono

Ora siamo in grado di comprendere che la «sterilità feconda» è la grazia che il Padre dona a una coppia di sposi perché possa fecondare il «mondo» di amore, ma che, come ogni dono, va accettato.
Ci ha donato la grazia, l’abbiamo scoperta, contemplata e attesa, ora dobbiamo decidere se accettarla o meno: il Padre attende la nostra risposta.
Anche se ogni grazia deriva da Dio, Egli ha tuttavia desiderio della mia risposta; giacché ciò che Dio dà, egli lo dà del tutto, dona diritto di proprietà al riguardo ( H.U. von Balthasar).
Certo, il Padre con noi non scherza, e mai lo ha fatto; quando ha deciso di compromettersi per la nostra salvezza – quella dell’uomo – ha agito così «radicalmente» da donarci – e per sempre – il suo unico Figlio. Un dono esclusivo, riservato a ognuno di noi, purché venga accettato; ed è così anche per la grazia della sterilità feconda. Può essere nostra, di esclusiva proprietà, ma deve essere accolta.

Ma perché dovremmo impensierirci, o peggio, preoccuparci così tanto da dover riflettere se accettare un dono del Padre?
Un dono perché sia «accolto» deve essere accettato integralmente (non posso pretenderne solo una «parte» o un aspetto) e con gioia e gratitudine: è un dono! «L’atto del ricevere è difficile e non è per nulla scontato: comporta per esempio che si accolga ciò che ci è donato, anche se non corrisponde ai nostri desideri»; e accogliere è invece sempre – anche – ricevere, e questo comporta anche una reciprocità del dono (M. Chiodi)
Accogliere un bambino abbandonato – il nostro dono – significa anche ricevere il dono dell’altro – di nostro figlio – e ricevere «costa, in tutti i sensi: e non è mai possibile fare sconti su questo costo, in termini personali» (M. Chiodi).
Lo sanno bene i genitori adottivi. Vuol dire ricevere tutto, da tuo figlio: il suo passato, le paure, la ferita dell’abbandono, le insicurezze, ma anche la sua assoluta fiducia in noi.
Ma il dono va accettato, nella sua interezza, prima di conoscere ciò che ci è donato; ciò vuol dire accogliere la relazione che vi è insita. È, infatti, in questo momento che si realizza la genitorialità; decidendo di accogliere la grazia entriamo in una «relazione» filiale con un corpo che non conosciamo. Proprio il corpo è «la forma originaria di – ogni – relazione»( M. Chiodi ): è un corpo che vediamo innanzitutto, ci innamoriamo di un volto, sentiamo il calore di un abbraccio, ma è anche un corpo che rifiutiamo, perché turba o angoscia.

Nella mia esperienza, ormai più che quarantennale e di diversi Paesi, non ho mai avuto notizia di minori abbandonati che rifiutassero i propri genitori adottivi per i loro «corpi». Eppure di genitori adottivi ne sono passati a migliaia nella nostra associazione: anziani, belli, brutti, sani o ammalati, chi in carrozzella, chi non vedente, chi con un tumore… ciascuno di loro è stato immediatamente «riconosciuto» come padre e madre all’atto dell’apparire di fronte al bambino donato.
Ciò, peraltro, accade anche per molte coppie, ed è la mia esperienza personale: quel bambino – quindi il suo corpo –, sebbene visto per la prima volta, sembra non costituire una novità, come se fossimo già in contatto fra noi prima di allora e l’occasione dell’incontro, il trovarsi, l’uno di fronte all’altro, ne rappresenta, in un certo senso, la conferma.

(12 – seconda parte, continua)

Per approfondimenti, vedi Marco Griffini, Sterilità feconda: un cammino di grazia.

QUI per leggere la tappa 1
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QUI per leggere la tappa 10
QUI per leggere la tappa 11

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