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Il segno della sterilità feconda: imparare ad attendere il dono (9)

È la nostra grazia e ne siamo così ricolmi da sprizzare fecondità da tutti i pori, tanto che perfino i nostri corpi attendono, con trepidazione, il lieto evento

Prosegue la riflessione di Marco Griffini “Il mistero e la grazia della sterilità feconda”. Dopo aver sottolineato la necessità di mantenere sempre vivo il desiderio del “dono” di quella fecondità, presente in maniera reciproca tanto in chi accoglie quanto in chi è accolto, Griffini arriva, ora, a un passaggio cruciale: non basta il desiderio di quel dono, ma bisogna imparare ad attenderlo. Un compito non così facile, ma per il quale c’è un alleato fondamentale: lo Spirito santo.

La riflessione si dispiegherà in più tappe. Quella che segue è la tappa numero nove della seconda parte.
In fondo alla pagina il link alle tappe precedenti.

Imparara l’attesa

Allora impariamo ad attenderlo, perché non corra il rischio di «perdersi» in mezzo a così tante avversità. Ma perché non proviamo a farci aiutare?
C’è una «persona» che raramente disturbiamo quando ci sembra che tutto crolli intorno a noi: è lo Spirito Santo e nel campo dell’adozione Lui «gioca sempre in casa», in un ruolo ben definito, ma chissà perché fingiamo di non saperlo! Eppure, quante volte lo abbiamo sentito nominare: il «Paraclito»,il soccorritore, l’assistente, l’aiutante… Insomma, colui che interviene a favore di un altro, colui che non demorde, che combatte e difende il nostro dono dall’attacco di «nemici ed empi».
È l’amico della nostra «attesa», impronta relazionale dell’amore, ci sostiene nel mantenere viva la speranza: la sua missione consiste proprio nell’unire in una relazione di Amore coloro che si cercano.
Segnatamente lo Spirito di adozione – ci insegna il Catechismo della Chiesa cattolica – «dispiegherà la sua missione nel condurre i figli adottati dal Padre per mezzo del corpo di Cristo e di farli vivere in lui». Pertanto, questo Spirito che ci fa urlare: «Abbà, Padre» (Rm 8,15) come non potrà accompagnarci e sostenerci nel progetto di salvezza dei nostri figli adottivi? È la nostra grazia e ne siamo così ricolmi da sprizzare fecondità da tutti i pori, tanto che perfino i nostri corpi attendono, con trepidazione, il lieto evento.

Ci sentiamo trasformati, non solo dentro: avete mai osservato il volto di una donna gravida nell’attesa del suo bambino? Non sono gli stessi volti che sfilano nelle sale dei servizi sociali o nelle aule dei tribunali per i minori? Certo, c’è timore, apprensione, ogni sorta di preoccupazione («Come sarà mio figlio? Sarà sano?»), ma su quel viso traspare una sola impronta: la gioia della prossima nascita.
Può sembrare strano ritrovare su di noi la stessa luce – non possediamo un dono corporeo che attesti l’attesa –, eppure questa è la realtà, basta osservarla. Sul nostro viso l’identica immagine: la gioia della certezza della speranza.
E ancora: chi di noi ha avuto l’opportunità, o meglio la fortuna, di incontrare i bambini abbandonati non ha notato, ovunque essi vivessero, dal Sud America alla Siberia, la stessa espressione? Quando vi vengono incontro urlando o quando timidamente vi toccano fino a incontrare la vostra mano e, chiunque voi siate, vi rivolgono la stessa, identica domanda, ripetuta chissà quante e quante volte: «Mi vuoi adottare?».

(9 – seconda parte, continua)

Per approfondimenti, vedi Marco Griffini, Sterilità feconda: un cammino di grazia.

QUI per leggere la tappa 1
QUI per leggere la tappa 2
QUI per leggere la tappa 3
QUI per leggere la tappa 4
QUI per leggere la tappa 5
QUI per leggere la tappa 6
QUI per leggere la tappa 7
QUI per leggere la tappa 8

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