Mentre lui “nasce” nei nostri cuori, noi nasciamo nel suo e dobbiamo imparare a comunicare con lui fin da ora: nostro figlio è nato e ha già bisogno di noi
Prosegue la riflessione di Marco Griffini “Il mistero e la grazia della sterilità feconda. Dopo essersi aperto alla scoperta della grazia e avere così incontrato, e riconosciuto, il progetto di “salvezza” centrato proprio sull’accettazione di quella grazia, Griffini ora si sofferma sulla natura di questo particolare “dono” di una inaspettata fecondità. Un dono che non viene “fatto alla coppia”, ma che è suddiviso in parti uguali tra questa, ovvero la parte che accoglie, e il futuro figlio in arrivo, ovvero colui che “si fa dono” e che, come tale, è parte attiva di questo miracolo.
La riflessione si dispiegherà in più tappe. Quella che segue è la tappa numero sette della seconda parte.
In fondo alla pagina il link alle tappe precedenti.
Un dono che non solo va scoperto, ma pure compreso nella sua particolarità. Innanzitutto non siamo solamente «noi due» i beneficiari del dono: la fecondità della coppia non si realizza se, alla stessa, non vi partecipa anche l’altra realtà, il bambino abbandonato, il nostro futuro figlio.
La reciprocità del dono
Il dono è sempre un processo che esiste solo nella decisione di chi accoglie e, nello stesso tempo, anche di chi dona, che nel caso di un figlio è proprio colui che viene accolto. Non c’è dono senza qualcuno che doni, ma anche senza qualcuno che lo accetti. Entrambi contribuiscono in modo decisivo, seppure diverso, all’accadere del dono. In questo senso accolgono e donano tanto i genitori che adottano quanto il bambino che è adottato ( Maurizio Chiodi ).
Pertanto, una identica parte del nostro stesso dono viene elargita anche a quel bambino che diventerà nostro figlio: inizia un cammino comune, nasce la nostra famiglia.
Le difficoltà, le attese, saranno da ora in poi le stesse: noi due sapremo affrontarle e superarle mano nella mano; mentre lui sarà solo e potrà contare unicamente sulla propria «forza», la speranza. È proprio in questo istante che diventiamo genitori e occorre averne coscienza per poter fare ricorso a tutte le nostre potenzialità: è qui che avviene la generazione. Mentre lui «nasce» nei nostri cuori, noi nasciamo nel suo e dobbiamo imparare a comunicare con lui fin da ora: nostro figlio è nato e ha già bisogno di noi.
Una speranza che genera
Ma come è possibile, se ancora non sappiamo chi è? Con la speranza, la sua e la nostra, noi saremo in grado di stabilire una relazione che ci permetterà di seguire, passo dopo passo, l’evoluzione della nostra procreazione. Nostro figlio deve mantenere, a tutti i costi, la sua speranza di poter vivere un giorno con noi, nella nostra casa e insieme diventare una vera famiglia. Deve superare le difficoltà che può incontrare nella sua quotidianità: le delusioni per un giorno che non arriva mai, il disinteresse che, sovrano, regna intorno a lui… Guai se perdesse la sua fede: noi rischieremmo di abortire, e lui di non nascere mai più!
(7 – seconda parte, continua)
Per approfondimenti, vedi Marco Griffini, Sterilità feconda: un cammino di grazia.
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