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Teologia spirituale ed esperienza adottiva. Accogliere un bambino come figlio di Dio: il bambino e la Parola di Dio (10)

È accaduto che la Parola eterna di Dio diventasse carne e fosse un tempo «un bambino, e perciò è rimasta sempre un bambino»

Continua l’interessante riflessione  di Antonella Fraccaro, La qualità spirituale dell’esperienza adottiva, originariamente pubblicata all’interno del fascicolo n. 2 di “Lemà sabactàni?” e riproposta, a puntate, sul sito de La Pietra Scartata. La tappa numero 10 si concentra sulla scansione temporale dell’esistenza e sul rapporto con il linguaggio. Dell’uomo e di Dio.
L’approfondimento di Antonella Fraccaro verrà pubblicato in quindici tappe. Quella che segue è la tappa numero dieci.
QUI si può leggere l’introduzione
QUI si può leggere la tappa n.1
QUI si può leggere la tappa n.2
QUI si può leggere la tappa n.3
QUI si può leggere la tappa n.4
QUI si può leggere la tappa n.5
QUI si può leggere la tappa n.6
QUI si può leggere la tappa n.7
QUI si può leggere la tappa n.8
QUI si può leggere la tappa n.9

L’impronta di mistero e di eternità dei bambini abbandonati

L’esistenza dell’uomo si sviluppa nel tempo: egli è un concepito, un neonato, un bambino, un fanciullo, un adolescente, un giovane, un uomo, un anziano. In ogni età della sua vita egli non è “parziale”, ma «uomo perfetto nel pensiero creatore di Dio» (H. U. von Balthasar, Il tutto nel frammento, Milano 1992, p. 219).
Il bambino, sebbene nel suo stato germinale di persona, sebbene “immaturo” come talvolta si credeva in ambiente esterno al cristianesimo, è persona a tutti gli effetti.
Ciascuna età della vita ha delle caratteristiche specifiche, che non si ritrovano nelle altre età. Eppure, ciascuna porta con sé la complessità della persona, la sua ricchezza e il suo limite. Le diverse età non sono tra loro senza relazione, ma sono collegate e avanzano insieme in modo irreversibile. Tuttavia, solo in parte l’uomo riesce a integrarle, perché ciascuna età esprime la singolarità della persona e i molteplici approcci indicano l’unitarietà della sua vita.
Quando la Parola interviene nella vita dell’uomo si caratterizza per il suo approccio. Essa è parola dell’uomo e del mondo perché muore e risorge, ma rimane linguaggio di Dio, mediante il quale Egli si manifesta agli uomini. Dio, poi, ritiene l’uomo stesso, in quanto creatura spirituale e corporale, linguaggio Suo e parola che interpella; proprio in questo modo vuole che l’uomo si comprenda e come tale lo ritiene capace di risposta.
Intervenendo nel tempo dell’uomo, la Parola riveste la storia «di una rivelazione d’eternità». Così, se la Parola di Dio diventa bambino, egli diventa espressione di verità e di vita eterna. È accaduto, infatti, che la Parola eterna di Dio diventasse carne (cfr. Gv 1,1–18) e fosse un tempo «un bambino, e perciò è rimasta sempre un bambino».
Tuttavia, essendo poi diventata uomo, tale Parola può «sempre di nuovo manifestare la sua eterna infanzia in una forma umana, comprensibile agli uomini. Noi possiamo e dobbiamo guardare al mondo infantile – senza abbandonarlo – lasciare che esso divenga trasparente alla manifestazione di Dio».

(10 segue)

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