Il bambino abbandonato dai genitori biologici vive, a immagine dell’esperienza di Gesù in croce, l’estrema solitudine
La riflessione di Antonella Fraccaro, La qualità spirituale dell’esperienza adottiva, raggiunge il “giro di boa”, almeno per quanto riguarda la versione con la quale viene riproposta sul sito La Pietra Scartata (l’intero intervento si può trovare nel fascicolo n. 2 di “Lemà sabactàni?”). La tappa numero 8, delle 15 previste, si concentra sull’Amore di Dio, filtro attraverso il quale bisogna rileggere tutto ciò che succede, a partire dall’estremo gesto della “consegna” del proprio Figlio alla morte, apice del “mistero della sua misericordia per gli uomini e nel linguaggio della sua carità”.
L’approfondimento di Antonella Fraccaro verrà pubblicato in quindici tappe. Quella che segue è la tappa numero Otto.
QUI si può leggere l’introduzione
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L’amore del Padre
Scrive opportunamente Marco Griffini: «Chi ama “ha bisogno” di amare; non c’è amore senza un altro a cui donarlo: è “l’estasi” di Dio, Amore che è in cerca di amore, si dona, per generare amore» (M. Griffini, Il mistero dell’abbandono e la grazia dell’accoglienza, in Lemà sabactàni? 1/2008, p. 30). Se Dio è amore, chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui (1Gv 4,16); inoltre, Dio è luce e in lui non ci sono tenebre (1Gv 1,5). Per questo, anche l’estremo gesto di amore del Padre, la consegna del Figlio alla morte, va letta come un raggio di luce di Dio, nel mistero della sua misericordia per gli uomini e nel linguaggio della sua carità.
Dio che è amore ama i suoi figli perché ama la giustizia e non abbandona i suoi fedeli (Sal 37,28); dunque, non abbandona coloro ai quali ha donato la vita. Con essi ha stabilito un’alleanza perenne e chiede che essa sia garantita dalla relazione con Lui e dall’adempimento dei suoi criteri di giustizia e di bontà. Il Signore assicurò a Israele che non lo avrebbe abbandonato per nessun motivo a patto che questo popolo non avesse scelto di allontanarsi da Lui, nell’esercizio della sua libertà (cfr. Dt 4,21–28). E quando Israele, dopo aver abbandonato Dio, avesse scelto di ritornare al Signore, questi lo avrebbe accolto con misericordia: Cercherai il Signore tuo Dio e lo troverai, se lo cercherai con tutto il cuore e con tutta l’anima. Con angoscia, quando tutte queste cose ti saranno avvenute, negli ultimi giorni, tornerai al Signore tuo Dio e ascolterai la sua voce, poiché il Signore Dio tuo è un Dio misericordioso; non ti abbandonerà e non ti distruggerà, non dimenticherà l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri (Dt 4,29–31).
Sperimentare l’abbandono per essere “completamente” umano
Dio non abbandona perché ama. Tuttavia, permise a Gesù di sentirsi abbandonato per lasciarlo partecipare alla piena condizione umana. In quel momento Gesù, allora, sarà l’uomo che il Padre ha abbandonato. «Ha raggiunto la piena degradazione e umiliazione della incarnazione: egli ora è solo l’uomo impotente, abbandonato» (A. von Speyr, Mistica oggettiva, Milano 19892, p. 136). Gesù, nell’imminenza della morte in croce, vive secondo la sua duplice natura e in questa condizione sta dinanzi alla realtà del Padre, cercandolo e attendendo il senso di questo stato di abbandono: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27,46). In croce sperimenta l’estrema solitudine procurata dall’ultimo gesto di consegna di sé al mondo.
In questo gesto d’amore, Gesù è consapevole che «non ha più il Padre che lo copre alle spalle. Era come un compagno di viaggio che paga tutto. Era un presupposto evidente, in cui il Signore parlava del Padre e viveva nel Padre. Tale presupposto scompare sulla croce. Perciò qui è visibile la piena apertura, la semplice verità sul Padre, visto dall’uomo abbandonato. La completa distanza dell’abbandono fa spaziare lo sguardo sulla distanza divina del Padre. Come il Signore esaltato in cielo potrà affermare tutta la verità sul Padre, così l’uomo abbandonato può annunciare sulla croce tutta la verità sul Padre. La combinazione nella verità, che finora era sempre esistita, è tolta, non vi è più una trasmissione della verità celeste in quella terrena, nessun accomodamento tra sopra e sotto, nessun paragone dal momento in cui il Signore è giunto da ambo le parti fin all’estrema apertura e all’estrema verità: cioè fino agli estremi limiti dell’umanità e della divinità».
La solitudine del bambino abbandonato
Il bambino abbandonato dai genitori biologici vive, a immagine dell’esperienza di Gesù in croce, l’estrema solitudine, il vuoto, il buio (cfr. Aa.Vv., Nel cuore dell’adozione. Per una spiritualità dell’accoglienza, Milano 2005, p. 41) ed è chiamato a vivere questo con tutte le sue forze, per affermare la verità della vita e la verità di Dio, datore di ogni vita per amore.
Gesù soffre l’assenza del Padre nel momento più sublime del dono di sé; eppure questa condizione non provoca il rifiuto; verso il Padre non c’è rabbia o rancore, «non c’è alcuna traccia di odio di Dio; solo un dolore, che è più profondo e senza tempo di quanto un uomo normale potrebbe sopportare in vita o dopo la morte» [H. U. von Balthasar, “Tu coroni l’anno con la tua grazia” (Salmo 65,12), Milano 19922, p. 63].
L’assenza del Padre non va neppure letta come punizione del Padre verso il Figlio, perché la volontà del Padre viene compiuta attraverso un atto di puro amore e di pura libertà; ma tra le persone della Trinità «l’amore è così ricco che può assumere anche questa forma di oscurità» per amore verso il mondo. Questo libero atto d’amore accade in modo sorprendente anche in alcuni figli che hanno vissuto l’abbandono: non vivono il rifiuto, [cfr. Nel cuore dell’adozione, op. cit., pp. 39–41; M. Chiodi (ed.), Storie vere di adozione. Le parole dei genitori, i colori dei figli, Milano 2007, p. 126] non condannano; piuttosto, comprendono che quel gesto è stato provocato in condizioni di povertà materiale o spirituale e non per volontà di rifiuto.
Lo sguardo del Padre
Questo sguardo dei figli verso chi li ha abbandonati assomiglia molto allo sguardo di misericordia di Gesù abbandonato dal Padre. Egli vive l’abbandono del Padre, tuttavia, il Padre lo cerca accettando, nel silenzio, quel sacrificio perfetto del Figlio. «Nascondendosi perfettamente, il Padre si rende visibile perfettamente. Lascia morire il Figlio sulla terra in una passione perfetta; e ciò costituisce il modo più chiaro di parlare che il Figlio ha sul Padre, perché nella sua notte solo lui in persona è la parola muta del Padre: l’accettazione del sacrificio nel silenzio. È l’esecuzione del patto tra Padre e Figlio che hanno concluso nella carità e da qui la rivelazione della natura intima di Dio. È tutto ciò che gli uomini possono prevedere della grandezza di Dio (cfr. Gv 16,25)» (A. von Speyr, Mistica oggettiva, op. cit., p. 136).
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