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Teologia spirituale ed esperienza adottiva. La vita spirituale secondo le virtù teologali (4)

Accogliere come Cristo: la dimensione teologale della vita adottiva, un’esperienza cristiana tra fede, speranza e carità

Quarta tappa dell’approfondimento realizzato da Antonella Fraccaro per il fascicolo n. 2 della rivista “Lemà sabactàni?”: La qualità spirituale dell’esperienza adottiva
Come ha spiegato nell’introduzione Gianmario Fogliazza, responsabile del centro studi “La Pietra scartata”, questo contributo illustra come la qualificazione cristiana dell’accoglienza adottiva richieda il confronto con le condizioni principali di un’esperienza vissuta secondo lo stile di Gesù Cristo.
Il contributo di Antonella Fraccaro verrà pubblicato in quindici tappe. Quella che segue è la tappa numero quattro.
QUI si può leggere l’introduzione
QUI si può leggere la tappa n.1
QUI si può leggere la tappa n.2
QUI si può leggere la tappa n.3

La vita spirituale secondo le virtù teologali

Il cristiano vive la sua esistenza in condizioni di fede, speranza e carità. Egli accetta, nella fede, che il suo cuore sia sottomesso dallo Spirito e considera questa azione come una verità per lui. Nella fede, egli impara a dire che Gesù è la sua verità e che deve prendere la forma di questa verità (cfr. G. Moioli, L’esperienza spirituale, Milano 1994, p. 21). Tale prospettiva è decisiva per lui al punto da dire ogni giorno: Signore, Tu sei la mia verità e «misuri la verità del mio modo di essere uomo».
Caratteristica della fede è l’interazione continua tra la dimensione soggettiva e quella oggettiva, tra il soggetto che nell’obbedienza cerca la verità e il ritrovamento di questa verità in Gesù. La fede non è soltanto un atteggiamento interiore dell’uomo spirituale, ma è definita «come un senso dell’esistenza, un senso della vita, un senso del mondo, un senso delle cose» e si traduce nel coraggio dinanzi a situazioni faticose, nel timore di Dio, nella certezza della sua provvidenza, nella cura verso i poveri e nella comunione con tutti.
L’uomo spirituale vive di speranza, grazie allo Spirito il quale «prima che far fare all’uomo un atto di speranza, lo fa speranza». Il cristiano è speranza perché in lui lo Spirito ha posto una promessa che Dio stesso porterà a compimento, se l’uomo non lo impedirà. Il Dio di Gesù Cristo, che fa la speranza per l’uomo, non è il Dio che dice sì e no. In Lui, ogni cosa è sì, perché è protesa verso il bene e genera il bene. L’uomo a immagine di Gesù è uomo di speranza, che annuncia speranza anche quando le cose sembrano non essere motivo di speranza.
Infine, l’uomo spirituale vive dell’amore del Padre riferendosi a Cristo e facendosi dono ai fratelli. La carità verso i piccoli del vangelo è per lui legge, nuovo comandamento ricevuto da Gesù di amare Dio e il prossimo (cfr. Mt 22,35-40). Questa carità, il cristiano non la inventa da sé, ma la riceve in dono; essa è per lui grazia, ma anche compito di donarsi totalmente a Dio e ai fratelli per far vivere Gesù tra gli uomini e con gli uomini.
L’uomo spirituale è colui che vive, dentro alla tensione provocata dal peccato, una vita di carità, una fede autentica, una speranza vissute a immagine di Cristo. E vive queste dimensioni da discepolo, nella sofferenza, con la sapienza della Croce, che è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio (1Cor 1,18). Infine, vive queste virtù nella grazia, salvato dall’amore del Padre, scegliendo di essere ogni giorno a servizio del vangelo, in comunione con la Chiesa e il mondo.

(4 segue)

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