Considerare la sterilità – che è una disgrazia, una menomazione fisica – una fortuna per la quale ringraziare addirittura il Signore come se fosse un dono ricevuto? La sterilità come vocazione? Ma chi volete prendere in giro?
La riflessione attorno alla sterilità feconda, portata avanti da Marco Griffini, arriva a uno snodo fondamentale: dopo aver assunto la consapevolezza nuova che la sterilità non è tanto un “fattore fisico, ma di pensiero”, il nuovo interrogativo che si apre è, se possibile, ancora più sconvolgente: ma è davvero possibile arrivare a considerare la sterilità come “una vocazione”? Qualcosa per la quale ringraziare addirittura il Signore come se fosse un dono ricevuto?
La riflessione si dispiegherà in più tappe. Quella che segue è la tappa numero 7
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La sterilità come vocazione
Distanze, culture che sembravano lontanissime, diverse, improvvisamente ci appartengono. Ci sentiamo capaci di diventare genitori di qualsiasi creatura voglia accogliere noi, così, come siamo. È un qualcosa di meraviglioso, affascinante: per la prima volta senti il tuo, il nostro amore, abbracciare il mondo e ti senti intimamente unito al mistero della creazione.
Anche se sterili, possiamo, anzi, sentiamo di essere chiamati a diventare genitori, ma in un modo diverso: essere capaci di accogliere un figlio non nostro. Ci guardiamo negli occhi e capiamo che è questa la nostra strada. Il desiderio diventa sempre più intenso, si produce una tale forza nelle viscere della nostra intimità, momento dopo momento, che toglie quasi tutto di noi. Per lasciare un vuoto così grande da trasformarsi in un grido: “Sì, ti vogliamo e ti aspettiamo”. Abbiamo scoperto la nostra fecondità»
Domande senza risposte ora trovano un loro significato: «Oggi abbiamo compreso quel “Perché proprio a noi?”. Scopriamo che ci è stato chiesto molto, è vero, ma ci è stato donato molto di più. Diventare padre e madre di un bambino abbandonato cambia veramente la vita e la fecondità del nostro amore diventa ogni giorno più ricca e più vera». Fino a sfiorare le cime invisibili dell’estasi: «Sono i miei figli, sono innamorata di loro, sono la gioia più grande della mia vita; la mia consolazione, la mia forza, il mio… futuro». Tanto da poter esclamare che «quello che sento è che Juan è mio figlio: provo un senso di gratitudine, sono giunta a considerare una fortuna la mia sterilità!»
Coloro che hanno accettato la loro sterilità e non l’hanno considerata un «castigo», ora la accolgono come un dono che «può realmente cambiare il volto della vita. “Per arrivare a questa maturazione per noi è stato indispensabile il dialogo e l’amore all’interno della nostra coppia e la preghiera come senso di affidamento alla volontà del Padre. La sterilità è diventata così, di giorno in giorno, vocazione a una nuova vita con infinite possibilità di espressione d’amore della coppia, verso se stessa e verso il mondo che la circonda»
Ma stiamo scherzando? Che follia è mai questa? Considerare la sterilità, che è una disgrazia, una menomazione fisica, per la quale migliaia e migliaia di coppie in ogni Paese del mondo si disperano, una fortuna per la quale ringraziare addirittura il Signore come se fosse un dono ricevuto?
La sterilità come vocazione? Ma chi volete prendere in giro?
(7 continua)
Per approfondimenti, vedi Marco Griffini, Sterilità feconda: un cammino di grazia.
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