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A cuore aperto (1)

Dalla scoperta della sterilità, all’accoglienza adottiva di due figli: un desiderio che non diventa pretesa, affrontare un cammino inedito con pazienza e fiducia, affidando i propri passi al Signore.

Pubblichiamo pensieri e riflessioni di Patrizia e Alfredo Carrato, genitori adottivi che ci raccontano e condividono a cuore aperto il loro percorso che li ha condotti all’esperienza dell’accoglienza adottiva internazionale. La loro testimonianza viene pubblicata in 2 distinte parti di cui questa è la prima.

Desiderare dei figli, senza fretta o pretese

Il nostro fidanzamento è stato lungo, 13 anni, pur essendoci fidanzati a 18 anni, ma prima l’università e poi la ricerca di un lavoro ci hanno impedito di raggiungere la meta del matrimonio in tempi più brevi.
Tuttavia, è stato un percorso di vita dove le difficoltà, i tempi che si protraevano nostro malgrado, ci hanno maturato e portato a vivere il nostro sì con grande consapevolezza.
In questo frangente abbiamo fantasticato sui figli, con una visione serena, senza frette eccessive. Abbiamo sempre pensato che i figli sarebbero stati un dono frutto del nostro amore, e quando dopo il matrimonio nel tempo non accadeva nulla, non ne abbiamo mai fatto un dramma.
La scoperta della sterilità è stata vissuta senza mettere in discussione la nostra prospettiva, ci siamo sempre accettati e rispettati per come siamo. In questa fase ci siamo ascoltati, capiti e confermati nel nostro sì.
Anche la nostra scelta adottiva è maturata nel tempo e riteniamo sia avvenuta quando “i tempi erano maturi”.

Adottare? Perchè no? Ma perchè sì?

L’iter adottivo parte dopo 8 anni di matrimonio; del 1988; quando abbiamo intrapreso il percorso, l’unica cosa di cui eravamo certi che volevamo dare un completamento alla nostra famiglia, ma non avevamo conoscenza di cosa fosse il mondo dell’adozione.
Inizialmente avevamo pensato solo all’adozione nazionale, ma decidemmo contestualmente di chiedere l’idoneità anche per quella internazionale.
Abbiamo poi cominciato ad interessarci delle associazioni. Dopo aver fatto un giro di telefonate, abbiamo scelto di fare l’incontro formativo con Ai.Bi. a Roma. Il primo giorno siamo usciti dall’incontro ammutoliti e stanchissimi. La mattina dopo, prima di riprendere i lavori, siamo andati a Messa con l’intenzione di mettere nelle mani di Dio ogni cosa. Abbiamo cominciato a capire cosa significasse l’adozione e in special modo quella internazionale. Fino a quel momento eravamo pieni di tutti i luoghi comuni, delle leggende metropolitane che circolavano sull’adozione e per il resto avevamo semplicemente sognato.
La realtà, invece, aveva un altro aspetto. Avevamo capito che il vero senso dell’adozione: offrire ad un bambino abbandonato una famiglia adatta a lui. Ora bisognava decidere per il mandato. Preghiera e contatti con persone che avevano adottato prima di noi ci hanno fatto decidere per Ai.Bi..

Un turbine di emozioni e di cambiamenti

L’abbinamento ad un Paese è stata la prima forte emozione: la Moldova. Non sapevamo nemmeno dove fosse. Nostro figlio ci stava aspettando in un Paese di cui non avevamo nemmeno conoscenza.
Quale emozione il giorno dell’abbinamento, la telefonata giunse da Roma, non capivamo niente. Finalmente c’era un nome, un’età, una storia. Nostro figlio era nato! Ma che impatto la scheda dell’abbinamento! Eravamo preparati e, nonostante tutto, la scheda con il suo contenuto ci ha messo in crisi. Avevamo espresso l’intenzione di mettere tutto nelle mani di Dio e ora Lui ci chiedeva di farlo concretamente, di fidarci ed affidarci!
L’attesa di partire, lo slittamento della data per problemi burocratici, la partenza, l’arrivo in un Paese molto diverso dal nostro, l’incontro. Un turbine di emozioni e di cambiamenti.

Un’adozione, talvolta, tira l’altra

Abbiamo incontrato il nostro primo cucciolo in un’assolata giornata d’inizio luglio, stava giocando con altri bambini nel giardino dell’istituto, quando l’abbiamo chiamato si è nascosto dietro agli altri bambini, non dimenticheremo mai quel suo compagno che lo ha spinto e letteralmente catapultato verso di noi, quasi per dire: “ma che fai, corri è il tuo momento!”.
Aveva sei anni quando lo abbiamo conosciuto e questo per noi non è mai stato un problema, ci siamo relazionati a lui come naturalmente ci veniva di fare. Non abbiamo mai avuto la fissazione del bambino piccolo, anche se da più parti arrivavano le solite sollecitazioni.
L’esperienza dell’adozione ci ha motivati ancora di più come coppia, ha aperto i nostri orizzonti, ci ha messo in condizione di portarci il mondo in casa, e non è un eufemismo.
Tornati dalla Moldova nostro figlio è stato accolto da tutti con affetto, nonni, zii, cuginetti e amici dal primo giorno stravedono per lui.
Naturale è stato per noi ripetere a due anni di distanza l’esperienza per un secondo figlio. Un’altra volta una serie di circostanze ci hanno riportati nella stessa terra.
I nostri figli hanno in comune un abbandono alla nascita. Il primo è rimasto in istituto per sei anni, il secondo per tre.

Un “sì” che costituisce genitori senza introdurre differenze

Possiamo a questo riguardo testimoniare che il problema dell’età non ha alcun senso per bambini che vivono in istituto, dove la dimensione temporale per sollecitazioni ed esperienze di vita resta sospesa. Ma non avrebbe senso comunque: i bambini restano tali, sempre, hanno bisogno di una mamma e di un papà e l’età non condiziona nulla in questo rapporto, perché siamo convinti che tutto dipende dalle certezze che noi genitori sappiamo trasmettere ai nostri figli.
Rinnovando ogni giorno il nostro “sì” di genitori che non si differenzia nell’essere di “cuore” o di “pancia”.

Patrizia e Alfredo Carrato

(fine prima parte – continua)

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