L’inutilità dei nostri corpi ci trascina nella dimensione del fallimento. Perché vogliamo ancora un figlio, se questo desiderio si trasforma in una continua angoscia?
Dopo aver ascoltato la voce di chi ha trasformato il dolore in preghiera, il grido di chi si è sentito tradito, lo smarrimento davanti a una prova incomprensibile e il primo bivio tra rinuncia e ricerca, ora ci troviamo davanti a una nuova soglia: la sterilità come schiavitù.
Il desiderio di un figlio rischia di trasformarsi in angoscia, l’inutilità dei corpi pesa come fallimento, e il cuore si domanda se valga la pena continuare. È qui che si apre un nuovo bivio: inseguire un figlio “a tutti i costi”, arrendersi, oppure accettare la sterilità imparando a guardarla con occhi diversi, come possibilità di una libertà nuova e di una fecondità inattesa.
La riflessione si dispiegherà in più tappe. Quella che segue è la tappa numero 5
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Schiavi della nostra sterilità
“I dubbi della coppia aumentano; si provano altri metodi, si pensa all’opportunità di andare all’estero. Per chi si sta facendo tutto questo? Per mia moglie, per mio marito. Ci si domanda se vale la pena vivere questa sofferenza. I risultati non si vedono; ogni volta è peggio. Forse c’è ancora una possibilità, l’ultima, di diventare madre e padre.”
Ci sentiamo così terribilmente «schiavi» della nostra sterilità che alle volte dubitiamo perfino che possa esistere, al di fuori della nostra intima relazione, uno spazio di «libertà» destinato all’amore: l’inutilità dei nostri corpi ci trascina nella dimensione del fallimento.
Perché vogliamo ancora un figlio, se questo desiderio si trasforma in una continua angoscia? Se a ogni tentativo ci sentiamo ancora più disperati di prima, non sarebbe meglio lasciar perdere e rassegnarci al nostro destino?
Mai ci saremmo aspettati di trovarci dentro, nella voragine della sterilità! Siamo arrivati all’apice! Saremo capaci di recuperare un minimo di libertà per poter decidere se esista o meno un limite?
«Ci siamo chiesti se la procreazione assistita fosse “cristianamente” giusta. Sapere che la sterilità non esiste, ma è solo una minore probabilità di procreare, ci tranquillizzava un po’ in questo senso. Così come ci sentivamo meno in difetto, avendo stabilito fin dall’inizio che non avremmo mai superato il limite della manipolazione genetica e dell’etica deontologica. Il problema era stabilire quale fosse questo limite».
Eccoci di nuovo di fronte a un bivio al quale siamo giunti, se possibile, ancora più stanchi, depressi, sfiduciati rispetto al primo. Non vi sono più alternative, occorre decidere la via da imboccare: – continuare lungo la strada del figlio mio «a tutti i costi»; – rinunciare e convincersi che non saremo mai un padre e una madre; – accettare la propria condizione di sterilità iniziando a guardarla in modo «diverso».
È l’occasione di prendere fra le mani la nostra vita ragionandoci un po’ su: «Decidemmo allora di non riprovare perché l’incontro, in quel centro per la fecondazione assistita, con altre coppie sterili che continuavano inutilmente a insistere, ci fece capire che era arrivato per noi il momento di fermarci. Quella sperimentazione sui nostri corpi andava oltre la reale possibilità di avere a tutti i costi un figlio biologico».
Si provano sensazioni strane, al limite del paradosso, sperando in cuor proprio l’insuccesso delle umilianti e costose terapie per ritrovare almeno quella libertà di pensiero che la schiavitù della sterilità aveva ormai confinato nei meandri più profondi della mente: «Mi sottoposi a una fecondazione assistita spinta soprattutto dal mondo che mi circondava: “il figlio a tutti i costi, il figlio biologico è un diritto!”. Fortunatamente non andò a buon fine e in quel momento capii che non era per me, non era la mia strada, anche se mio marito era più disponibile a riprovare. Io desideravo un figlio in modo naturale. Ho capito che la nostra strada doveva essere un’altra».
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Per approfondimenti, vedi Marco Griffini, Sterilità feconda: un cammino di grazia.
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