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Accogliere l’Accoglienza. La rassicurazione consolatoria (7)

La consolazione è un’attitudine impressa stabilmente in coloro che sono chiamati a occuparsi dei bambini e non solo

La riflessione di Don Simone Bruno, PhD in Psicologia della comunicazione emotivo-affettiva, prosegue nel suo percorso di scoperta del dinamismo interiore dell’accoglienza. Il cammino continua a seguire il “parallelismo” tra il legame filiale caratterizzato dall’amore che dai genitori si riversa sui figli e quello tra Dio e l’uomo, contraddistinto dall’Amore stesso, grande e originario.
Se nella tappa precedente il l’indagine spirituale si era concentrata sul concetto dell’essere “figli amati”, qui la riflessione si sposta sulla “consolazione“, una cura amorevole e compassionevole con la quale Dio, attraverso Cristo, ha sostenuto per primi gli apostoli, i quali, a loro volta, diventano capaci di consolare altri cristiani.

Quella che segue è la sesta delle diciotto tappe proposte. Di seguito le tappe precedenti:
introduzione
tappa 1
tappa 2
tappa 3
tappa 4
tappa 5
tappa 6

La rassicurazione consolatoria

Molti bambini non si sentono accettati in questo mondo. Mettiamoci nei panni dei piccoli che sono stati abbandonati dai loro genitori. Sotto la cenere della loro sofferenza, a volte rimossa altre volte contenuta e compressa, sembra crogiolarsi una serie di domande: «Perché nessuno mi desidera? Perché nessuno mi ama? Non sono bravo, non merito le attenzioni delle persone che mi vogliono bene? Forse per questo sono stato abbandonato? Sono un bambino cattivo? Perché sono stato abbandonato?». Questi piccoli, ai quali abbiamo provato a dar voce, si sentono scelti? Hanno la certezza di essere importanti per qualcuno? Oppure sperimentano sentimenti più drastici, del tipo: «Forse era meglio che non fossi mai nato». Quando non ci sentiamo amati da chi ci ha donato la vita, spesso soffriamo, per l’intero corso della nostra esistenza, di un certo grado di frustrazione, che può portare facilmente alla depressione, alla disperazione e al suicidio.

Noi siamo scelti da  Dio

In questo scenario rifiutante, abbandonico ed estremamente doloroso, cosa fare? Dobbiamo avere il coraggio di ritornare alla verità più intima: noi siamo scelti da Dio, anche quando il mondo, l’ambiente, i genitori ci allontanano o sono costretti ad abbandonarci. Oppure non ci scelgono. Non ci amano. Questo ritorno alla verità più intima, custodita nella parte più profonda di noi stessi, si configura come un compito arduo, un lavoro che dura tutta la vita, poiché il mondo che ci circonda persiste nei suoi sforzi per spingerci e farci incanalare nell’oscurità del dubbio, della disistima, del rifiuto di noi stessi, della disperazione (intesa come assenza di speranza), della depressione.
Chi ci aiuta a ritornare alla verità più intima di noi stessi? Chi ci accompagna a comprendere che noi siamo sempre gli Amati? Unici, preziosi, speciali per Colui che ci ha scelto con infinito amore e ci tiene al sicuro nel suo illimitato abbraccio? Come possiamo prendere contatto con la realtà del nostro essere scelti quando siamo circondati dal rifiuto? Certo, noi possiamo decidere di riconoscere il nostro essere scelti, oppure possiamo decidere di concentrarci sul lato oscuro. Se persistiamo nel guardare il lato oscuro, alla fine giungeremo nell’oscurità.

Ricordarci di essere Amati

Qui entra in scena il senso più stringente dell’adozione a figli. Pensando a Dio che ci ricorda di essere Amati, non possiamo non riferirci ai genitori. Il padre e la madre ci indicano la verità di ciò che siamo. Traducono in azione l’amore di Dio. Lo rendono palpabile, visibile all’interno di una relazione speciale e unica. Entrambi entrano in contatto con il nostro rifiuto (o lato oscuro) di essere amati e scelti e lo portano ad annullarsi, mostrando quanto preziosi siamo agli occhi di Dio.
I genitori fanno proprio un atteggiamento tipico del Padre: la rassicurazione consolatoria, la cura amorevole e tenera. Lo stesso di cui parla San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (Cf F. Manzi, Seconda lettera ai Corinzi. Nuova versione, introduzione e commento, Milano 2002, pp. 89-100):

«Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio. Poiché, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione» (2Cor 1,3-5).

Paolo benedice il Dio di ogni consolazione. Questo attributo divino è ribadito con un participio presente (ho parakalon, che consola), che lascia intendere un’attività di Dio che dura nel tempo. Dio, pertanto, consola in ogni momento. È cura amorevole, consolante e compassionevole. La sua consolazione è fondamentale per chi ha fede e fiducia nella sua presenza. Questa consolazione di Dio per mezzo di Cristo sostiene, nello specifico, gli apostoli nelle afflizioni e nelle prove affrontate nel loro ministero (che sono interpretate da Paolo come una partecipazione alla passione di Cristo: cfr. Fil 3,10). Ad affiorare nella vita degli apostoli sono le stesse sofferenze di Cristo, perché paradossalmente non sono più gli apostoli a vivere, ma è Cristo che vive in loro (Gal 2,20). La consolazione e la compassione divina si riversano, attraverso gli apostoli, anche sui cristiani di Corinto. Avendo fatto l’esperienza di essere stati confortati da Dio, gli apostoli diventano capaci di consolare, a loro volta, altri cristiani sofferenti. Per questo motivo, Paolo è sicuro che i Corinzi, restando uniti a lui e agli altri apostoli, saranno in grado di perseverare nella fede, pur affrontando le medesime tribolazioni (Paolo sembrerebbe alludere a tribolazioni non identificabili, dovute al persistente scontro del cristianesimo con l’ambiente di Corinto e dell’Acaia).
Il riferimento di Paolo al Dio della Consolazione è applicabile oggi ai genitori che consolano i loro figli quando questi sono vittime di afflizioni, di debolezze e di sofferenza. La consolazione è un’attitudine impressa stabilmente in coloro che sono chiamati a occuparsi dei bambini e non solo.

Consolazione, compassione e accoglienza

È accompagnata dal sentimento della compassione, come già ricordato. Lo stesso che, emblematicamente, è presente nelle viscere di Gesù. Ricordiamo ciò che succede nel Vangelo di Marco, nella prima moltiplicazione dei pani? Riascoltiamo un versetto particolarmente denso: «Quando Gesù sbarcò e vide tanta folla ne ebbe compassione, perché erano come pecore senza pastore» (Mc 6,34). Egli sente un sommovimento nelle viscere (coincidente con l’emozione propria delle madri che custodiscono in grembo i loro figli) che lo porta a occuparsi di loro, di tutta la gente accorsa per incontrarlo. Mette da parte il bisogno di riposo (stare in disparte), che aveva previsto per sé e i discepoli, e accoglie la fame di attenzione, di ascolto, di parola e la fame fisica portata dalla folla. Si dedica al loro ristoro, rispondendo a un bisogno preciso e circostanziato. Si sintonizza con quello che ciascun appartenente alla folla prova interiormente. È in grado di leggere le loro necessità, i loro pensieri e comportamenti e di rispondervi prontamente contenendoli e aiutandoli.

(7 continua)
Per maggiori approfondimenti vedi il fascicolo n. 16 della rivista Lemà sabactani.

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