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Teologia spirituale ed esperienza adottiva. Il bambino ha bisogno di sperare nella vita (13)

I genitori adottivi hanno creduto nella possibilità di essere a servizio della vita. Si sono introdotti progressivamente nel mistero dell’esistenza e si sono preparati ad accoglierla come un dono gratuito

Si avvia verso la conclusione la riflessione di Antonella Fraccaro La qualità spirituale dell’esperienza adottiva, originariamente pubblicata all’interno del fascicolo n. 2 di “Lemà sabactàni?” e riproposta, a puntate, sul sito de La Pietra Scartata. Al centro di questa tappa, il porsi dei genitori adottivi come “mediatori” per l’attuazione del piano di salvezza di Dio attraverso il cammino del figlio.
L’approfondimento di Antonella Fraccaro verrà pubblicato in quindici tappe. Quella che segue è la tappa numero tredici.
QUI si può leggere l’introduzione
QUI si può leggere la tappa n.1
QUI si può leggere la tappa n.2
QUI si può leggere la tappa n.3
QUI si può leggere la tappa n.4
QUI si può leggere la tappa n.5
QUI si può leggere la tappa n.6
QUI si può leggere la tappa n.7
QUI si può leggere la tappa n.8
QUI si può leggere la tappa n.9
QUI si può leggere la tappa n.10
QUI si può leggere la tappa n.11
QUI si può leggere la tappa n.12

Il bambino ha bisogno di sperare nella vita

Il bambino ha bisogno di sperare nella vita e questa speranza gli è data dalla consapevolezza che egli è nelle mani di Dio: Signore tu mi scruti e mi conosci; ti sono note tutte le mie vie, tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno (Sal 139,1.3.16).

«Questa legge radicale della vita, per la quale agli occhi di Dio noi siamo noti prima e più di quanto siamo noti a noi stessi (ed effettivamente a noi stessi siamo davvero poco noti), trova quasi un’illuminazione nella considerazione di ciò che eravamo all’inizio, nascosti nel grembo della madre, o nelle profondità della terra. Da questa oscurità siamo usciti come presi per mano, come plasmati dalla sua mano» (G. Angelini, Il figlio. Una benedizione, un compito, Milano 1991, p. 106).

Il figlio accolto da nuovi genitori ha la possibilità di entrare, anche grazie a loro, nel mistero della sua esistenza e di esplorare questo mistero per dimorarvi, dato che nessun uomo è mai «nato del tutto, mai è definitivamente venuto alla luce; sempre deve rivolgersi alla presenza fedele di Dio, perché egli da capo ponga mano e finalmente compia la sua opera: Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri; vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita (Sal 139,23–24)».

I genitori adottivi, allora, sono preziose mediazioni del cammino promettente del figlio quando garantiscono fiducia e speranza, favorendo una progressiva e libera assunzione da parte del figlio del progetto che Dio ha disposto per la sua vita.
Il bambino adottato, rispetto agli altri, talvolta ha migliori possibilità di essere accompagnato in questa esperienza, perché ha dinanzi a sé dei genitori che hanno spesso molto sofferto per donare alla vita un bambino e quando hanno scelto di adottarne uno è perché hanno creduto nella vita e nella possibilità di essere a suo servizio. Si sono, dunque, introdotti progressivamente nel mistero dell’esistenza e si sono preparati ad accoglierla come un dono gratuito.
Adottando un figlio, essi collaborano al piano di salvezza di Dio, venuto nel mondo a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19,10), perché ciascun figlio abbia vita.

(13 segue)

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