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Teologia spirituale ed esperienza adottiva. Il “guadagno di vita” nel bambino adottato (12)

Ogni figlio adottato ha bisogno che i nuovi genitori lo riconducano presto alla realtà che lo caratterizza: la sua figliolanza divina e la possibilità di alleanza con Dio

In questa “tappa” della riflessione di Antonella Fraccaro La qualità spirituale dell’esperienza adottiva, originariamente pubblicata all’interno del fascicolo n. 2 di “Lemà sabactàni?” e riproposta, a puntate, sul sito de La Pietra Scartata, i riflettori sono puntati sull’atteggiamento che i genitori devono avere nei confronti del bambino abbandonato affinché lo riconoscano, prima di tutto, come figlio di Dio.
L’approfondimento di Antonella Fraccaro verrà pubblicato in quindici tappe. Quella che segue è la tappa numero dodici.
QUI si può leggere l’introduzione
QUI si può leggere la tappa n.1
QUI si può leggere la tappa n.2
QUI si può leggere la tappa n.3
QUI si può leggere la tappa n.4
QUI si può leggere la tappa n.5
QUI si può leggere la tappa n.6
QUI si può leggere la tappa n.7
QUI si può leggere la tappa n.8
QUI si può leggere la tappa n.9
QUI si può leggere la tappa n.10
QUI si può leggere la tappa n.11

Il figlio adotatto: un “mistero” da contemplare

Cosa è chiesto a dei genitori che scelgono di adottare un bambino? Anzitutto, vivere spiritualmente questa decisione. Ciò implica preparazione, una disposizione interiore ed esteriore, che matura con la dedizione iniziale e con la docilità vissuta passo dopo passo nell’esperienza dell’adozione, tanto più quanto essi si lasciano trasformare dall’esperienza della maternità e paternità, verso un figlio non concepito ma desiderato.

Il primo atto di adozione, che permette al bambino di ritrovare vita, è di essere riconosciuto dai nuovi genitori come figlio di Dio. Essi sono chiamati a far sì che quel bambino diventi un po’ alla volta loro figlio se e quando terranno presente questa identità imprescindibile. Ogni figlio, tanto più un figlio adottato, va considerato un mistero dinanzi al quale occorre anzitutto contemplazione e una delicata intraprendenza verso di lui, come si cammina in un luogo santo sul quale occorre togliersi i sandali, per stare con timore dinanzi alla presenza del Signore (cfr. Es 3,5).

Il bambino adottato ha bisogno di ricevere, non solo la cura che serve a ciascun bambino per la sua crescita, ma anche quelle cure che consistono nella mediazione della verità che riguarda un bambino abbandonato. A lui, prima o poi, non potrà essere negato che gli è stato rifiutato: il bene e la speranza nella vita da parte dei genitori biologici. Ma non potrà essere negata neppure l’altra verità: che egli è stato voluto anzitutto da Dio prima che dai suoi genitori e che anche se loro l’hanno abbandonato, Dio non lo abbandonerà mai.

Negare questa verità al bambino abbandonato significa fargli vivere un ulteriore abbandono, anzi, significa mantenerlo nella condizione di figlio abbandonato. Talvolta i nuovi genitori, anche se in modo inconsapevole, procurano, nel figlio che trattano come loro proprietà, questa esperienza di secondo abbandono, nel momento in cui trascurano la verità del figlio coprendolo di gratificazioni materiali o affettive, senza ascoltare e interpretare adeguatamente i suoi reali bisogni di senso.

Il figlio adottato, dunque, ha bisogno che i nuovi genitori lo riconducano presto alla realtà che lo caratterizza: la sua figliolanza divina e la possibilità di alleanza con Dio, condizioni che gli permettono di riconsiderare in modo nuovo tutto ciò che gli sta dinanzi: affetti, persone, cose. Il bambino mentre cresce può fare sua questa possibilità di vita aderendo al progetto che Dio ha consegnato alla sua stessa vita, un progetto misterioso, doloroso, ma promettente, come è stata la vita del Figlio Gesù.

Spesso accade che un bambino sia cresciuto e consegnato alla vita adulta senza essere stato formato alla sua condizione di figlio di Dio. Accade che egli sia stato voluto con una spontaneità che non è consapevole dedizione alla vita, ma superficiale consegna di un figlio alla vita. Si verifica, perciò, che questo bambino viva senza essere cosciente che oltre ad essere figlio di quei genitori è anche figlio di Dio e che conosca da “adulto” questa sua condizione; oppure, che non abbia mai la possibilità di conoscere questa identità e arrivi a perderla (almeno per quanto è in suo potere, anche se è lasciata a Dio ogni possibilità di riscatto di Paternità verso il figlio, nel suo amore misericordioso e infinito).

(12 segue)

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