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Teologia spirituale ed esperienza adottiva. Se la Parola di Dio diventa bambino (11)

Come la Parola di Dio, così la vita di un bambino è delicata e bisognosa di rispetto e contemplazione. Essa cerca rifugio e protezione, come un bimbo nel grembo della madre, e può essere accolta o respinta

Prosegue la riflessione di Antonella Fraccaro, La qualità spirituale dell’esperienza adottiva, originariamente pubblicata all’interno del fascicolo n. 2 di “Lemà sabactàni?” e riproposta, a puntate, sul sito de La Pietra Scartata. La tappa numero 11 riprende il parallelismo tra la Parola di Dio e il bambino, soffermandosi sul rapporto che si instaura con la madre fin dal concepimento all’interno del suo grembo. Quando, poi, il bambino nasce e cresce, il genitore rimane meravigliato di fronte a ogni novità, proprio come rimane stupito dinanzi alla Parola di Dio.
L’approfondimento di Antonella Fraccaro verrà pubblicato in quindici tappe. Quella che segue è la tappa numero undici.
QUI si può leggere l’introduzione
QUI si può leggere la tappa n.1
QUI si può leggere la tappa n.2
QUI si può leggere la tappa n.3
QUI si può leggere la tappa n.4
QUI si può leggere la tappa n.5
QUI si può leggere la tappa n.6
QUI si può leggere la tappa n.7
QUI si può leggere la tappa n.8
QUI si può leggere la tappa n.9
QUI si può leggere la tappa n.10

La parola di Dio diventa bambino

Il bambino, dal suo concepimento, comincia a venire alla vita in modo silenzioso, ma non impercettibile. Egli si rende manifesto nel seno della madre e nel mutamento del suo corpo modellato da questa nuova presenza alla vita. Fin dal suo concepimento, questo bimbo chiede ad altri di prendersi cura di lui, di farsi dono per lui. I tratti somatici e le caratteristiche che lo distinguono saranno il frutto dell’adesione (consapevole o inconsapevole) dei genitori al gesto d’amore che Dio ha compiuto su di lui, perché «questi tratti sono un riflesso dello Spirito Santo, lo Spirito dell’amore, che proviene dal Padre e dal Figlio ed è nella sua sovrana libertà il segno vittorioso ed eterno della fertilità divina».

Il bambino nel grembo materno, come la Parola nell’uomo, crescono all’insaputa di chi li accoglie (cf. Mc 4,27–28). Così chi accoglie in sé la Parola di Dio diventa madre per essa e riceve per grazia la capacità di partorirla; questo accade perché la persona è compresa «nella nascita eterna del Figlio del Padre, e perciò diventa per grazia fratello e sorella della Parola». Il Padre genera i suoi figli nella grazia e nella libertà; li genera attraverso la Parola rivolta a ciascuno e posta dentro di loro, al punto che ciò che essa realizza è «“parto”, partecipazione alla generazione del Figlio eterno».
Invece, chi rifiuta la Parola, come chi rifiuta un bambino, semina morte, solitudine, doloreVenne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto (Gv 1,11). Come la Parola di Dio, così la vita di un bambino è delicata e bisognosa di molto rispetto e contemplazione. Essa cerca rifugio e protezione, come un bimbo nel grembo della madre e può essere accolta o respinta, a volte senza la consapevolezza, «come la società umana si costruisce sull’assassinio nascosto, mille volte consumato, di non–nati, quasi non si dovesse sprecare neppure una parola a proposito di simili fondamenta».

Il bambino nato porta in sé quell’evidenza e quel mistero che soggiace al mistero della morte e risurrezione di Gesù. Egli viene alla vita ed è esposto alla gioia di essere accolto, o al rischio di non essere compreso e voluto. L’adulto sta dinanzi al piccolo come un servo è soggetto al suo padrone, perché il mistero divino si cela nello sguardo del bambino, nel suo sorriso, nelle sue spontanee esigenze. Teresa di Lisieux paragonava spesso la Parola di Dio al bambino e riteneva che essa non doveva essere lasciata sola neppure per poco, ma che occorreva occuparsene come di un bambino che non va lasciato solo per fare altro.

Il bambino, poi, dorme e gioca. La Parola accade nel silenzio e crea, come ci ricorda il libro della Sapienza: Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente dal cielo, si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio, portando, come spada affilata, il tuo ordine inesorabile. (cfr. Sap 18,14–15). Nel silenzio, la Parola interviene e necessita di essere ascoltata; crea, produce effetto e non ritorna a Dio senza aver compiuto la sua volontà: così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata (Is 55,11). Come l’adulto dinanzi alla Parola rimane stupito, così il genitore rimane meravigliato dinanzi alle novità del bambino, in particolare di un bambino abbandonato.
C’è bisogno di imparare a interpretare la novità della Parola e del bambino, il loro gioco, la loro lingua, il loro mondo. Il genitore può imparare dal bambino anche a contemplare, dato che questi si è allenato a farlo fin dalla nascita, quando rimane per ore a fissare un oggetto, o lo sguardo della madre; oppure, quando ha trascorso ore a fissare il vuoto, il non senso del dolore causato dal rifiuto.

Il bambino piccolo contempla con umiltà, senza potere, incapace di agire e di esprimersi, presupposti per una vera contemplazione. «Così egli è assorto nella contemplazione. In una contemplazione che difficilmente si distingue dall’identità che chi guarda e chi è guardato costituiscono all’origine, in Dio. Mai più nella sua vita l’uomo ritroverà questo sguardo; eccetto forse alla fine, quando gli occhi dei morenti si allargano in un’attenzione terribile, silenziosa, per rivedere ciò da cui la creatura è distratta, entrando nella vita. Colui che sta morendo deve compiere quella conversione che umilia fino in fondo la sua libertà e maturità; ad essa si riferisce il Signore, quando mette in mezzo il bambino: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli. Il più grande nel Regno dei Cieli è chi si fa piccolo come un bambino” (Mt 18,3–4)».

Come il bambino assorto nella contemplazione, così la Parola, il Verbo che era presso il Padre e si è reso visibile a noi (cfr. Gv 1,1–18) contemplano la storia e gli uomini per ricondurli al Padre, per farli vivere della sua grazia, per farli sostare dinanzi allo sguardo che li ha originati.

(11 segue)

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