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Padre adottivo… sempre!

Il mio papà un giorno mi disse: “Tu non potrai mai sapere quel che ha dentro tuo figlio, non cercare risposte che non troverai mai, amalo e vai avanti. Un figlio si ama e basta!”

Quale emozione quando Papa Francesco in quell’omelia del 19 marzo 2013 ha pronunciato quelle parole, sembravano rivolte proprio a noi genitori adottivi: d’altra parte non avrebbe potuto essere altrimenti ricordando la figura del più grande padre adottivo che la storia ricordi: il padre di Gesù. E Francesco, con le sue parole induce ad allargare i nostri orizzonti di padri su aspetti fino ad ora non contemplati.

Ho tre figli, tre figli accolti in tempi e con età diverse, tre esperienze ineguali, tre differenti rapporti, disuguali e dissomiglianti come essi sono nella loro unicità
La prima figlia, la “brasilera” oggi 34 enne, mamma di due splendidi bambini: …e amo ogni gesto che fai per me, come quando mi chiami solo perché hai voglia di sentirmi e venire a trovare i miei piccoli.
Il secondo figlio, il “brasilero” oggi 35 enne, papà di due incantevoli gemelle: …se non aveste tenuto duro nel mio sofferente percorso di ricostruzione oggi non potrei essere papà di queste due splendide creature.
L’ultima arrivata, la” nina boliviana” oggi 27 enne: …non so nulla del mio abbondono, sicura e certa che quello non è l’importante, ciò che importa è l’avvenire e cioè la possibilità di sorridere con una famiglia e oggi in questo importante ritorno nella mia terra d’origine  qui con me c’è… il mio papà.

Tre consegne al loro papà

– La prima, un’intima tenera e affettuosa dichiarazione;
– La seconda, un’intima lacerante sofferenza svelata;
– La terza, un’intima profonda matura riflessione confidata.
Tre confidenziali consegne ineguali come lo sono loro, ma largamente sufficienti per dare pieno riconoscimento alla mia identità di padre e di nonno. Calde intime rivelazioni che da sole possono rispondere pienamente a quel: padre adottivo? Per sempre.
Io non so cosa significhi essere padre biologico, non l’ho provato. Soffermandomi e valutando da questo punto di vista la mia esperienza di diversamente padre, non riesco a cogliere grandi differenze tra paternità adottiva e paternità biologica. È pur vero e innegabile che una diversità vi sia e sarebbe un colossale errore negarla.
Non penso però si tratti di una questione tra paternità biologica ed adottiva bensì invece di quella tensione e propensione a non voler restringere la propria paternità entro i ristretti confini delle relazioni familiari ma bensì invece ad espanderla. E non solo a tutti quei bambini conosciuti nella circostanza adottiva e confessati come gli altri miei figli, ma a un concetto più ampio della relazione umana ove ti senti figlio, fratello, e riconosci nell’incontro il figlio, il fratello, tutti comunque appartenenti alla grande famiglia umana o del Padre Nostro per chi come me si dichiara cristiano.
Padre adottivo o padre biologico reputo sempre si tratti di rispondere a una vocazione, la vocazione a esser padre e all’assunzione di responsabilità che implicitamente ne deriva.

Un figlio si ama e basta!

Quante volte San Giovanni Paolo ce l’ha ricordato!
“La paternità e la maternità rappresentano un compito di natura non semplicemente fisica, ma spirituale… se vuoi essere padre prima devi essere stato figlio.
Il mio papà un giorno mi disse: tu non potrai mai sapere quel che ha dentro tuo figlio, non cercare risposte che non troverai mai, amalo e vai avanti. Un figlio si ama e basta!
In quel momento nel rimettermi questo incoraggiamento, mio padre mi ha fatto sentire quanto figlio fossi ed ero ancora per lui.
Ed anche mio figlio nel consegnarmi tutta la sua intima sofferenza mi ha fatto sentire quanto padre sono per lui. Un figlio si ama e basta! Anche se talvolta l’amore è sofferenza, sacrificio.

Non abbiate paura della sofferenza (San Giovanni Paolo II)

Poiché la croce di Cristo è il segno d’amore e di salvezza, non deve sorprenderci che ogni amore autentico richiede sacrificio. Non abbiate paura allora quando l’amore è esigente. Non abbiate paura quando l’amore richiede sacrificio.
Già sposato, non ancora padre, compivo ventinove anni quel giorno e quelle parole, erano tutt’altro che semplici da comprendere per me e mia moglie. Quante volte questa esortazione l’abbiamo ripresa, e quanto mai più calzante conferma alla nostra esperienza genitoriale. Oltre al grande conforto che mi generava, soprattutto mi guidava alla percezione di far parte di quel piano infinitamente più grande di salvezza offertomi che non soggiace al ragionamento umano, ma che nell’accogliere i miei figli vi avevo aderito.
Ho richiamato l’assunzione di responsabilità a essere padre. Ma quanto di più bello e grande comporta esser padre. Solo in quelle tre rimesse citate, quanto arricchimento per un padre, maturazione comune, gioia, scoperta, tenerezza, empatia, vicinanza fisica e mentale, calore, odore, incontri di sguardi e carezze.
San Giuseppe padre di Gesù, padre adottivo per eccellenza, con la sua discrezione e la sua umiltà, ha accompagnato il figlio in tutti i momenti della sua vita, con costante presenza e premura pur, a volte, non comprendendo. Ed è proprio questo, ciò che un genitore è chiamato a fare. A essere, nella vita del proprio figlio. Naturale o adottivo che sia.
Due ultime considerazioni, la prima: ritengo San Giuseppe icona e modello di paternità, custode della possibilità di rigenerazione e di educazione, della trasformazione del mondo, di cui il figlio è portatore.
La seconda: credo che si possa esser padri se, oltre ad esser stati figli, si è mariti, e mia figlia in una sua lettera di auguri per la festa del papà me lo ha ricordato: per essere un bravo papà… devi essere prima un buon marito ed oggi anche un bravo nonno, io lo so e voglio che cammini sempre al mio fianco… papà!!!

Giuseppe Salomoni

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