Il bambino, nell’atto dell’abbandono, ha “perso” vita, ma questa perdita di vita non è annientamento totale di sé e può trasformarsi in motivo di risurrezione e di ringraziamento, in possibilità di nuova vita
Sia avvia verso la sua parte finale la riflessione di Antonella Fraccaro, La qualità spirituale dell’esperienza adottiva, originariamente pubblicata all’interno del fascicolo n. 2 di “Lemà sabactàni?” e riproposta, a puntate, sul sito de La Pietra Scartata (l’intero intervento si può trovare nel ). La tappa numero 9, delle 15 previste, si concentra sui bambini abbandonati, sul loro portare in sé “l’impronta di mistero e di eternità”, a imitazione di Gesù, e sul loro grido di abbandono nel quale riecheggia il grido del Cristo crocifisso.
L’approfondimento di Antonella Fraccaro verrà pubblicato in quindici tappe. Quella che segue è la tappa numero Nove.
QUI si può leggere l’introduzione
QUI si può leggere la tappa n.1
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L’impronta di mistero e di eternità dei bambini abbandonati
La Parola detta e ridetta dal Padre nel corso dei secoli ha le caratteristiche del bambino. Per questo essa «è eternamente bambino del Padre: soltanto questo pensiero getta una luce di eternità sul bambino umano, smentisce ogni illusione falsa degli adulti e rivoluziona l’intera filosofia della storia» (H. U. von Balthasar, Il tutto nel frammento, Milano 19902, p. 230).
Questa prospettiva di valore per il bambino permette, poi, di considerare anche il valore del Bambino Gesù e aiuta a illuminare la condizione dei bambini abbandonati che, a imitazione del Bambino, portano con sé l’impronta di mistero e di eternità. Infatti «solo la visione cristiana del mistero dell’infanzia permette oggi di creare un contrappeso contro le empietà dell’illusione del progresso, si presentino esse come anticristiane, neutrali o anche cristiane».
Purtroppo, i bambini non sempre possono vivere con gioia la ricchezza della loro condizione, il loro essere novità di vita per la vita, la loro capacità di meravigliarsi, la loro possibilità di amare e di essere amati. Ogni bambino ha il diritto di vivere queste dimensioni anzitutto con i genitori biologici, rassicurato da loro, protetto dalle minacce, incoraggiato, consolato. Ci sono bambini che non hanno potuto godere di questa sicurezza e speranza, e sperimentano nell’abbandono il rifiuto e la mancanza di una vita in se stessi e oltre se stessi.
Come Gesù in corce
Il grido di solitudine e di perdita di senso di un bambino abbandonato richiama il grido di Gesù in croce, la sua solitudine, la ricerca «di una identità personale che possa giustificare la sua esistenza e soprattutto la sua morte da crocifisso: perché tanta sofferenza? A che scopo? Sulla croce, nel momento della sua morte, scopre di essere un uomo, solo un uomo, un comune mortale come tutti!» (M. Griffini, Il mistero dell’abbandono e la grazia dell’accoglienza, in Lemà sabactàni? 1/2008, p. 21).
Gesù in croce, abbandonato da tutti, comprende pienamente il dramma del bambino abbandonato, che nonostante tutto rimane in vita perché Gesù ha assunto su di sé il peccato del mondo e le sofferenze dell’umanità. Solo Lui è in grado di sostenerle e di farle affrontare agli uomini secondo la volontà del Padre. Solo Gesù, in quanto Dio, è in grado di farci entrare nel mistero della morte e farci uscire vittoriosi e risorti con Lui, perché come Servo prende su di sé le sofferenze dell’umanità ed è caricato del loro peso: si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato (Is 53,4).
Il significato di un abbandono subìto non è pienamente comprensibile in questa vita terrena; tanto meno in condizioni di estrema sofferenza. Gesù stesso sa solo che «è abbandonato; il perché, in questa tenebra egli non può più saperlo. Anzi non gli è affatto lecito saperlo, giacché il pensiero che egli potrebbe essere uno che porta su di sé le tenebre degli altri in sostituzione vicaria sarebbe già un sollievo, un raggio di luce. Ma una tal cosa non viene adesso concessa, poiché si tratta in tutta serietà della purificazione del rapporto tra Dio e il mondo colpevole» (H. U. von Balthasar, “Tu coroni l’anno con la tua grazia”, op. cit., p. 63).
In silenzio di fronte all’abisso
Dinanzi al dolore e al male, il bambino abbandonato e la famiglia che lo raccoglie sono in grado di stare soltanto nella fede in Dio, che nel Figlio ha eliminato la morte per sempre (cfr. Is 25,8) e lo ha risuscitato dai morti in modo che non abbia mai più tornare alla corruzione (At 13,34).
Il bambino, nell’atto dell’abbandono, ha “perso” vita, ma questa perdita di vita non è annientamento totale di sé e può trasformarsi in motivo di risurrezione e di ringraziamento, in possibilità di nuova vita. Ogni condizione di “perdita di vita” va riletta, allora, alla luce della fede in Dio che ha vinto la morte: Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede (1Gv 5,45). E se talvolta accade che Dio chieda, nella sterilità dei genitori, o nell’abbandono dei figli, di portare pesi insopportabili o senza senso, essi diventano motivi per vivere la vicinanza al Crocifisso.
Balthasar, a questo proposito aggiunge: «Noi non possiamo allora esigere che in quello che ci appare senza senso ci venga donato un senso, che ci tranquillizzi; noi possiamo solamente perseverare in completo silenzio come quell’Uomo inchiodato, senza vedere alcuna prospettiva, in faccia all’oscuro abisso della morte. Dietro questo abisso ci attende qualcosa che adesso non possiamo vedere e nemmeno ritener per vero, un altro abisso di luce, in cui tutto il dolore del mondo viene contenuto nel sempre aperto cuore di Dio».
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