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La continuità dell’io. Dal dono al compito: imparare a volere se stessi incondizionatamente (3)

Don Alberto Cozzi riflette sulla fasi della vita e le sfide e i rischi che ciascuna di essa comporta

In occasione dell’ultimo raduno nazionale delle famiglie di Ai.Bi. Amici dei Bambini a Casino di Terra (PI), don Alberto Cozzi (Vicepreside della Facoltà Teologica di Milano e Preside dell’ISSR di Milano) ha presentato una riflessione sull’identità e il riconoscimento della persona. Dopo aver analizzato l’identità originaria dell’uomo tra corpo riconosciuto e parola ascoltata e dopo aver riflettuto sul significato della “eredità”, la riflessione si conclude, in questa terza tappa, dando uno sguardo alle diverse fasi delal vita.
La riflessione di don Cozzi è stata pubblicata in tre parti. Quella che segue è la terza e ultima.
QUI per leggere la prima tappa
QUI per leggere la seconda tappa

Dal dono al compito

La persona in verità giunge alla coscienza di ciò che deve volere solo a procedere da ciò che in prima battuta fa in maniera spontanea, cioè in base alle esigenze radicali del cuore, in cui ne va della sua umanità (sete di giustizia, esperienza di un bene che perfeziona, desiderio di felicità e verità, di libertà).

Educazione e fasi della vita: una visione antropologica concreta e coerente

Età Ingrediente centrale Grazie
(esperienza con Gesù)
Sfida/rischi
Infanzia Affetti Stupore (incontro) Affidabilità del mondo.
Entrare in un’alleanza
Fanciullezza Regole Sequela (il maestro) Facilità di apprendimento ma dispersione
Adolescenza Identità Decisione (crisi pasquale) Trasformazione dell’io. Autonomia e bisogno di riconoscimento

 

Lo stupore/la meraviglia. Questo stupore, che apre alla conoscenza, è illustrato dall’interrogativo che in maniera quasi ossessiva il bambino ripete: «Che cos’è?». Esso nasce appunto dalla meraviglia e rende possibile l’apprendimento. Non è possibile conoscere se non a partire da interesse generato dallo stupore. L’adulto che dà il nome alle cose si rende qui testimone e garante del senso di tutte le cose e rinnova la promessa: c’è un bene da scoprire nelle cose che compongono la realtà. In questo nesso tra parola e promessa si trova anche l’origine dell’esperienza della legge ovvero delle regole che custodiscono il senso delle cose.
La meraviglia è tratto qualificante anche per rapporto alla successiva età della fanciullezza; nel caso del fanciullo, tuttavia, la meraviglia assume una fisionomia un poco diversa; non corrisponde più all’esperienza dell’essere anticipati dalla realtà; corrisponde invece alla scoperta che accompagna la presa di possesso pratica del reale da parte del fanciullo; egli è pieno di meraviglia e conosce una sorta di euforia vedendo la corrispondenza quasi magica della realtà alla sua iniziativa. La correlazione stretta tra esplorazione e meraviglia consente di intendere la tentazione più caratteristica di questa età della vita, quella della dispersione… (si veda Osea 11,1-3: «Quando Israele era giovinetto io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Ma più li chiamavo, più da me si allontanavano…).

La fiducia primaria. All’origine del volere c’è l’esperienza di una fiducia che permette di compiere i primi passi. Il bambino affronta il mondo sospinto dalla fiducia che gli deriva dall’esperienza dall’essere protetto e amato. Il bambino non si interroga se abbia o no le forze per affrontare un ostacolo. Gli basta una presenza che lo sostiene, una voce che lo sollecita. Questa esperienza di fiducia, umanamente fondamentale, dice qualcosa di importantissimo per la verità di ogni uomo e si presta per illuminare la natura più profonda della relazione con Dio (si veda Deuteronomio 1,31-32 e Esodo 19,4). Il peggior nemico di questa fiducia è quella forma di sapere scettico e agnostico, che non si preoccupa di cercare un significato per cui valga la pena vivere. Il “qualunquismo” in famiglia produce uno scetticismo difficile da sradicare, insinua il sospetto dell’inesistenza del senso e questo blocca la capacità di scoperta e l’energia creatrice, così come una scuola neutralista e agnostica, cioè senza un’offerta di un’ipotesi di significato da verificare, forma giovani insicuri e indifferenti.

Il compito di volere se stessi e di essere presso di sé in ciò che si vive. Dallo stupore che tiene aperti alla realtà intera e dalla fiducia che permette di compiere i primi passi e di cominciare a volere si deve passare a una nuova fase della coscienza, in cui si impone prepotente la questione dell’Io (chi sono? Come mi vedono gli altri? Cosa piace o non piace di me?): dalla promessa/dono, che ha risvegliato nello stupore la consapevolezza di sé, si passa al compito di crescere, conferendo un senso e una direzione alla propria storia e quindi plasmando un’identità. Si tratta di imparare a volere.
Con l’adolescenza questa “capacità di volere” si trasforma: non è la scelta di cose e beni, ma la scelta di “chi si vuole essere”. Per volere davvero quello che fa l’uomo dovrebbe volere addirittura se stesso. Deve volere, precisamente, quell’immagine di sé che gli permette di agire, plasmando un’identità e quindi «facendo esperienza» della realtà (non vivendo semplicemente di emozioni immediate, sensazioni indefinite, valori di riflesso in cui non esprime mai veramente «ciò che ha dentro»).

La sfida oggi: sperimentalismo e identità incerta

Per da accedere alla propria identità, l’uomo dipende dall’accadere, dipende, più precisamente, da un’esperienza che è insieme sua e non sua. C’è una prima figura di vita che è vita del soggetto in quanto a lui accade, ma non è da lui intesa e voluta; soltanto in seconda battuta il soggetto può volere quella vita che in prima battuta gli accade. I tempi della vita configurano progressivamente per il soggetto il compito di decidere di sé; tanto alto è il prezzo per non perdere il proprio passato, e dunque l’identità che quel passato virtualmente assegna. La difficoltà a realizzare i processi identificazione assume la forma di un’adolescenza interminabile. Lo stile di vita adolescenziale caratterizza per un certo sperimentalismo: i comportamenti non procedono dalla persuasione, piuttosto la persuasione assente è cercata mediante l’esperimento dell’agire; il test che certifica l’azione riuscita è cercato nella saturazione del desiderio, da raggiungere magari entro sera, oppure in base all’approvazione di altri… non importa invece il chiarimento del senso e del valore di ciò che è fatto. All’uomo del nostro tempo è sempre più difficile volere davvero quello che fa, conferendo all’agire la consistenza di una scelta effettiva e non invece quella di un timido esperimento sospeso al responso dei risultati o dell’approvazione altrui. La difficoltà di volere rende tutto ciò che è fatto meno produttivo per rapporto alla strutturazione dell’identità (G. Angelini).

Gli “ultimi uomini” saranno piccoli e superficiali e naturalmente democratici. Ma la loro tolleranza non sarà motivata dall’accoglienza cordiale dell’altro e dal desiderio di prossimità; è invece la strategia che consente di non inciampare negli altri, recitando un accordo che non c’è. Una confortevole superficialità appare come la strategia migliore per conservare la salute. Ciò è possibile perché lasciano un intervallo tra quel che fanno e quel che sono, così che possono fare, senza legarsi alle loro opere. E si inventano sempre di nuovo. (F. Nietzsche).

(3 fine)

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