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La continuità dell’io. Fare mio ciò che mi ha fatto esistere (2)

Don Alberto Cozzi riflette sulla necessità del Padre di “lasciarsi crocifiggere” per far recuperare ai figli la loro dignità perduta

In occasione dell’ultimo raduno nazionale delle famiglie di Ai.Bi. Amici dei Bambini a Casino di Terra (PI), don Alberto Cozzi (Vicepreside della Facoltà Teologica di Milano e Preside dell’ISSR di Milano) ha presentato una riflessione sull’identità e il riconoscimento della persona. Nella prima tappa, il discorso ha analizzato come l’identità originaria dell’uomo sia costituita da un corpo riconosciuto e una parola ascoltata.
Qui, Cozzi si interroga sul vero significato della “eredità”, e sulla difficoltà di un Padre che, per far sì che gli uomini ritrovino la loro perduta identità di figli, è disposto a farsi crocifiggere.
La riflessione di don Cozzi verrà pubblicata in tre parti. Quella che segue è la seconda.
QUI per leggere la prima tappa

Cosa significa “ereditare”

Ereditare è fare mio ciò che mi ha fatto esistere, riconoscendo il debito che mi lega all’Altro. È un movimento che può fallire sia per eccesso di identificazione con l’Altro sia per eccesso di rivolta contro l’Altro.
Lo verifichiamo nella parabola dei due figli, ovvero del padre misericordioso (Lc 15,11-32), nella quale la sfida rappresentata dalla misericordia del padre, pronto a riaccogliere il figlio perduto e ritrovato, apre un contenzioso che blocca la festa per il ritorno del figlio a casa. Il padre misericordioso rimane bloccato a metà strada, tra il figlio perdonato e il figlio indignato, e ci lancia una provocazione forte: possiamo uscire dall’impasse solo partecipando al desiderio del Padre. Nessun altro punto di vista riuscirà a risolvere il conflitto.

Il punto di vista di Dio

Per comprendere questa sfida è utile leggere in inclusione o simmetricamente il comportamento dei figli, mettendolo a confronto con quello del padre, per arrivare a vedere la forma dell’amore crocifisso del Padre:

 

Figlio minore

 

«Dammi subito la parte di eredità che mi spetta» Si allontanò «Trattami come uno dei tuoi servi» Torna in sé ma non come figlio
Figlio maggiore

 

«Non mi hai mai dato neanche un capretto…» Non voleva entrare «Da tanti anni io ti servo e non ho mai disobbedito» Torna verso casa ma lontano dal figlio
Padre

 

Divise le sostanze tra i due figli «Ciò che è mio è tuo» Corre incontro al figlio minore.
Va a cercare il figlio maggiore
«Questo mio figlio è tornato».
«Ma tu sei sempre con me»
Invita a riscoprire la dignità di figlio perduta dall’uno e mai trovata dall’altro

 

Né il figlio che vive il bisogno di andarsene, realizzando una forma di fuga o distacco che divide le sostanze, né il fratello maggiore, che vive un amore simbiotico che rimane in casa senza distanze dal padre, accedono alla percezione adeguata del proprio essere figli. Il primo, quando torna, chiede di essere trattato come schiavo o servo, mentre il secondo si sente usato come servo, senza diritti in casa sua.
Assistiamo a una sorta di fallimento della paternità di Dio, sia nella forma della trasgressione sia in quella della simbiosi. Ma il dramma esplode quando al fratello maggiore viene richiesto di partecipare alla misericordia paterna. Gli è impossibile, proprio perché non si sente figlio ma servo, in concorrenza con la servitù del fratello minore, che per di più ha sbagliato. L’esito del dramma è volutamente aperto: rientrerà il figlio maggiore a far festa o se ne starà fuori? La risposta è affidata al lettore, perché è in noi che la paternità misericordiosa di Dio può vincere o essere sconfitta nelle nostre relazioni con chi ha sbagliato.
In tutto questo dramma colpisce la solitudine del Padre, teso tra le posizioni inconciliabili dei due figli che non sanno di essere figli, ovvero non comprendono cosa significhi esserlo. È la solitudine di chi resta fedele al suo amore e ne gioisce (bisognava far festa), eppure si trova di fronte ad ambiguità e conflitti. La strategia migliore è quella di tenere la posizione, non recedere, perché è l’unico modo in cui i figli possono recuperare la loro dignità perduta o mai compresa veramente.
Ma tenere la posizione significa lasciarsi lacerare, ovvero crocifiggere. Eppure questo è (e non può che essere) il punto di vista di Dio.

(2 continua)

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