La crisi dell’Adozione Internazionale è legata anche al perdurare di diversi miti culturali: il “mito dell’assistenza”, il “mito del legame di sangue” e il “mito della cultura del paese d’origine”
Continua la pubblicazione degli estratti della tesi di Laurea Magistrale in Scienze Religiose La famiglia adottiva di fronte al grido di abbandono di Gesù, scritta dalla dott.ssa Patricia Katia Iannella, madre adottiva laureatasi presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano. Il suo lavoro è stato costruito a partire dall’esperienza adottiva personale e sviluppato anche attraverso gli importanti contributi teologici, antropologici e culturali offerti dalla rivista Lemà Sabactani?; il libro del Presidente di Ai.Bi. Marco Griffini … Ma Dio tace e il convegno “Adozione senza veli: la trappola dei miti culturali”.
Quella pubblicata di seguito è la seconda di 3 puntate.
La prima puntata può essere letta QUI
Se l’abbandono non è un problema…
L’intervento di Griffini, che conclude la prima parte del convegno, si concentra sull’inganno dei miti culturali nell’adozione internazionale. Dopo aver puntualizzato, con toni accesi, che nel mondo ci sono milioni di minori abbandonati che restano per molti anni in orfanotrofio, il Presidente di Ai.Bi. ha sottolineato che il fenomeno dell’abbandono, pur facendo parte della storia di ogni società, non è mai stato considerato come un’effettiva emergenza umanitaria, perché si è pensato a una sorta di rimozione collettiva del problema, dandone una risposta solo di tipo assistenzialistico, che prevede il collocamento del minore in un Istituto o Orfanotrofio. Questo ha fatto sì che il problema dell’abbandono sia stato emarginato e in alcuni casi non visto come un problema, soprattutto quando la concezione dell’orfano rimanda solo a colui che ha i genitori morti e non a colui che è privo dei genitori e necessita di una nuova famiglia per ritornare a essere figlio. Il fatto di vedere nell’Istituto un luogo in cui il minore viene assistito non basta per restituirgli la sua dignità, perché in quel luogo manca quel legame particolare che si può trovare solo all’interno di una famiglia, nella quale il minore possa sviluppare la propria identità personale, culturale e sociale.
I miti culturali dell’assistenza e del sangue
A questo punto l’intervento di Griffini si concentra sui miti culturali che si nascondono dietro all’abbandono nel mondo dell’adozione internazionale, evidenziando che il «mito dell’assistenza» si ritrova nel momento in cui si ritiene che la risposta dell’assistenza possa addirittura superare, annullare e sconfiggere l’abbandono. Ma in realtà l’assistenza, anche se declinata con ottimi servizi, non potrà mai portare alla piena realizzazione della personalità del bambino, che si attua solo nel momento in cui gli viene restituito il suo diritto a essere figlio. Questo mito è anche il responsabile delle «neglect list» ossia delle liste di minori che arrivano in adozione internazionale in età scolare, fino a 10-13 anni, perché sono rimasti tanto tempo in Istituto, pensando che così si potesse eliminare il problema dell’abbandono con l’assistenza, in attesa che una famiglia del paese d’origine lo accogliesse. Questo mito culturale dell’assistenza, che è molto sviluppato in tante Nazioni, è una delle cause che ha portato alla crisi dell’adozione in Italia, perché genera nella futura coppia adottiva molte paure e pregiudizi nell’accogliere un minore più grande in famiglia.
Anche il «mito del legame di sangue» con cui si definisce la relazione di parentela familiare è ancora molto radicato nella cultura odierna, che vede nel figlio una sorta di proprietà del genitore e che porta a insistere “nell’accanimento terapeutico” per la reintegrazione del bambino nella famiglia d’origine, perché di fondo c’è la convinzione che non vi sia alternativa alla propria famiglia biologica.
Questo mito è la causa delle migliaia di vite consumate in orfanotrofio in attesa di un evento che mai si verificherà, che è il ritorno alla famiglia d’origine.
Ma a quale cultura appartiene un bambino abbandonato?
Per ultimo il «mito della cultura del paese di origine», che rischia di mettere in crisi il mondo delle adozioni internazionali, perché si preferisce salvaguardare la cultura del paese d’origine del minore che non il diritto di quest’ultimo a vivere come figlio. Questo mito, che pone l’interrogativo «Ma a quale cultura appartiene un bambino abbandonato?» è ancora così radicato da aver portato alla chiusura delle adozioni internazionali in diversi Paesi, come la Romania, che ha una lista vuota da 12 mesi e la Polonia, che ha Istituti pieni di minori in attesa di una famiglia. Ci sono altri paesi dell’Est come la Russia dove i bambini, prima di accedere alle liste dell’adozione internazionale, devono essere stati rifiutati molte volte dalle famiglie del paese d’origine. In molti paesi i bambini devono rimane in attesa un anno, prima che la coppia di quel paese lo possa reclamare, e solo dopo vengono inseriti nelle liste per l’adozione internazionale. Per un bambino questa attesa è percepita come un tempo lunghissimo senza una famiglia e ciò procura in lui danni che faticano a rimarginarsi.
(2 continua)
Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.






