Il problema della crisi adottiva non riguarda solo l’ambito demografico ma investe soprattutto gli ambiti sociale e culturale che, creando dei falsi miti, hanno prodotto distorsioni, disinformazioni e pregiudizi, con i quali il mondo adottivo si deve confrontare
Con il seguente articolo, inizia la pubblicazione di alcuni estratti della tesi di Laurea Magistrale in Scienze Religiose della dott.ssa Patricia Katia Iannella, La famiglia adottiva di fronte al grido di abbandono di Gesù.
Iannella, madre adottiva, si è laureata presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano con un lavoro costruito a partire dalla sua personale esperienza adottiva e sviluppato anche attraverso gli importanti contributi teologici, antropologici e culturali offerti dalla rivista Lemà Sabactani?; il libro del Presidente di Ai.Bi. Marco Griffini … Ma Dio tace e il convegno “Adozione senza veli: la trappola dei miti culturali”.
Quella pubblicata di seguito è la prima di 3 puntate.
Le distorsioni socio culturali dell’adozione
Vorrei analizzare la situazione dell’«adozione oggi», dato l’attuale contesto socio/culturale, che vede un momento di forte crisi, che necessita di essere indagato per farne emergere i problemi e individuare possibili soluzioni e prospettive risolutive.
Per analizzare questo tema vorrei riassumere quanto è emerso dal convegno «Adozione senza veli: la trappola dei miti culturali» organizzato dall’associazione Ai.Bi. Amici dei Bambini ETS in collaborazione con Faris (Family Relationship International School), tenutosi on line il 10 dicembre 2021.
Il convegno ha visto il dialogo e il confronto tra diverse istituzioni, operatori dell’adozione, enti autorizzati e associazioni familiari, su alcuni miti culturali legati all’adozione che hanno generato pregiudizi tali da portare alla crisi dell’attuale sistema adottivo e sull’analisi di alcune prospettive per far ripartire il mondo dell’accoglienza adottiva. Il dibattito si è concentrato sull’adozione internazionale ma le riflessioni emerse sono valide anche per le adozioni nazionali.
Nella prima parte di questo incontro, dedicata ai «miti culturali dell’abbandono», sono stati trattati i temi della differenza tra miti e pregiudizi, della nascita, diffusione ed efficacia di un mito culturale e dell’inganno dei miti culturali nell’adozione internazionale. Dagli interventi di Gianmario Fogliazza, moderatore del convegno e responsabile del centro studi “La Pietra scartata”, della prof.ssa Barbara Ghiringhelli, docente di antropologia culturale alla IULM di Milano e di Marco Griffini, presidente di Ai.Bi., è emerso come il mito dell’abbandono e dell’accoglienza adottiva sia connotato da una dimensione profondamente socio/culturale, che ha dato forma a una serie di pregiudizi sul mondo dell’adozione che necessitano di essere prima compresi e poi riletti alla luce dell’attuale contesto, per cercare possibili soluzioni al problema della crisi adottiva.
G. Fogliazza, dopo aver introdotto il tema, evidenziando come l’attuale mutamento socio/culturale del Paese abbia generato, parallelamente alla crisi delle nascite in Italia che ha portato ad «un inverno demografico che pare non aver termine», anche un drastico calo delle accoglienze adottive, ha chiarito che il problema della crisi adottiva non riguarda solo l’ambito demografico ma investe soprattutto l’ambito sociale e culturale, che creando dei falsi miti, ha prodotto distorsioni, disinformazioni e pregiudizi, con i quali il mondo adottivo si deve confrontare.
Il mito del sangue
L’intervento di B. Ghiringhelli, dopo aver sottolineato quanto la relazione familiare sia un costrutto culturale, mette in luce la trappola di alcuni miti che stanno alimentando la cultura del nostro tempo e che hanno investito in maniera negativa anche il mondo dell’accoglienza. Il primo mito, che pervade ormai ogni angolo della nostra cultura, è quello della «parentela», che è ancora fortemente legata al legame di sangue, come se la genitorialità fosse solo una questione di sangue e non di accoglienza dell’altro.
Un altro mito culturale da sfatare è quello dell’abbandono visto solo in un’ottica «etnocentristica», ossia che pensa di risolvere il problema facendo di tutto perché il bambino resti nel Paese d’origine, anche se questo comporta tenerlo troppo tempo in orfanotrofio. Questa visione distorta dell’accoglienza, vista come semplice assistenza del minore, in attesa che rientri nella famiglia d’origine o che trovi un’altra famiglia sempre nel suo Paese d’origine, è il risultato di un relativismo culturale e morale che privilegia il valore della cultura in cui il bambino vive piuttosto che il suo diritto umano e inalienabile ad avere una famiglia.
Anche il mito dell’accoglienza è soggetto a pregiudizi, soprattutto nel mondo dell’adozione internazionale, quando si sviluppa una narrazione che veicola sentimenti di pietà e di timore verso l’altro, che è visto come diverso per provenienza etnica, culturale e religiosa.
Spaventa anche l’età del bambino adottivo, perché risente di un pensiero comune distorto che predilige adottare un bambino piccolissimo, perché si pensa che sia un essere ancora da costruire in termini culturali e di identità, dimenticando che tutti i bambini adottati, anche quelli neonati, portano con sé un pezzo di storia e di identità che non può essere negata ma va rispettata, e con la quale bisogna dialogare per costruire nuove forme familiari di filiazioni e di genitorialità che possano essere illuminanti per la società stessa, in quanto mostrano che l’identità dell’essere genitori e figli si realizza nella reciproca accoglienza e non in virtù di un legame di sangue. L’adozione, infatti, è proprio l’accoglienza della persona nella sua dignità e nel rispetto della sua diversità.
Restituire al bambino la condizione di figlio
Essa può diventare anche una grande scuola per la testimonianza della possibilità di incontro tra persone di appartenenze culturali, religiose e linguistiche. I miti culturali, esaltando alcuni aspetti e mistificandone altri, a volte positivamente, come quando si definiscono i genitori adottivi come dei supereroi e a volte negativamente, come quando un episodio negativo legato all’adozione, trasmesso dai mass media, diventa il canone interpretativo di tutta l’esperienza adottiva, rischiano di far dimenticare che al centro del sistema adottivo c’è sempre un bambino in stato di abbandono che ha diritto a diventare figlio.
Per fare in modo che ciò non accada, Fogliazza sottolinea che è necessario che si realizzi una rete di comunicazione, informazione, formazione e condivisione tra l’aspirante coppia adottiva, gli operatori dei servizi sociali territoriali, la CAI (Commissione adozioni internazionali) e gli Enti autorizzati, affinché tutti i soggetti coinvolti nel sistema possano adoperarsi per restituire al bambino la sua condizione di figlio e accompagnare la coppia adottiva sostenendola nel suo percorso.
(1 continua)
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