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Adozione. “E Johnson esplose in un pianto inconsolabile da quando ce lo misero in braccio”

Costruire una famiglia passo dopo passo, genitori e figli insieme: dalle lacrime in un orfanotrofio a un “vulcano di energia e tenerezza”. La storia di Erica, Dalmar e Johnson

“Che carino. E quanto assomiglia alla mamma / al papà”… Tutti i genitori si sono sentiti dire almeno una volta questa frase mentre passeggiavano tenendo il proprio figlio per mano. Solo che, nel caso di figli adottati, questo “gioco delle somiglianze” fa sorridere: tu lo sai che il figlio non è biologicamente tuo, per questo il fatto che qualcuno trovi una somiglianza da un lato strappa un sorriso, dall’altro fa doppiamente piacere, come se fosse una conferma ulteriore, irrazionale, che genitori e figlio sono davvero una famiglia. Anche nelle somiglianze.

Uniti… anche nell’aspetto

Lo racconta Erica, che insieme al marito Dalmar ha adottato dal Kenya Johnson: “C’è qualcosa di magico negli abbinamenti – dice. Questi bambini somigliano ai genitori: appena ho visto mio figlio ho riconosciuto mio marito da piccolo!”
La storia di Erica, Dalmar e Johnson è quella di una famiglia felice che si è costruita passo dopo passo con impegno e pazienza. Prima di approdare in Kenya per l’adozione, la coppia aveva già conosciuto l’Africa, sia perché Dalmar è di origine somala, sia perché per diversi anni i due, durante l’estate, hanno fatto volontariato in Tanzania. L’approdo in Kenya non riserva grandi sorprese, nonostante la difficoltà di doversi organizzare per una permanenza di sei mesi, come richiedevano le procedura di allora per il Paese.
Il primo incontro con Johnson avviene all’interno dell’orfanotrofio a Nairobi. Ed è un incontro pieno di lacrime. Ricorda Erica: “Quando siamo entrati nella stanza, così piena di bambini, ero così emozionata che, contrariamente a mio marito, non sono riuscita a riconoscere Johnson!”. Quando, poi, bambino e genitori si vedono e si riconoscono, il bambino scoppia a piangere: “La sua suora preferita ci aveva detto che il bambino metteva sempre il dito in bocca per consolarsi e che probabilmente avrebbe pianto parecchio. E infatti Johnson esplose in un pianto inconsolabile da quando ce lo misero in braccio e per tutto il periodo di affiancamento in istituto”.
In Kenya, infatti, per circa una settimana i genitori vanno ogni giorno in istituto per vivere con il bambino ogni attimo, proseguendo, poi, l’affiancamento al di fuori dell’orfanotrofio.

Un vulcano di energia e tenerezza

“Facevo di tutto per calmarlo e distrarlo – ricorda Erica. Ma in realtà mi rendevo conto di agitarlo ancora di più. Non so quanto volte abbiamo percorso il porticato dell’Istituto cantando Fra Martino campanaro… E Johnson voleva stare solo in braccio a papà”.
Poi, una volta riuniti nell’appartamento di Nairobi in cui i tre vivono il loro primo periodo insieme, Johnson alterna notti tranquille ad altre attraversate da grida e incubi. Johnson è anche voracissimo nel mangiare: il suo modo per reagire alla mancanza di certezze.
Però, stando insieme ogni giorno, a poco a poco le cose migliorano e Johnson regala ai genitori e a se stesso il primo sorriso: “giocando sul pavimento, con una palla e un gioco sonoro…”. Da qui è una scoperta continua, fino a rivelarsi per ciò che Johnson è: “un vulcano di energia e di tenerezza”.
Anche in questo… è tutto suo padre!

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