Siamo ormai giunti alla sera della Pasqua, festa solennissima della Risurrezione del Signore. Il Vangelo che abbiamo ascoltato è il racconto di quel che accadde il primo giorno della settimana, dopo il sabato. È una pagina bellissima di Luca, che vede come protagonisti due sconosciuti discepoli di Gesù, non del gruppo dei Dodici, di uno dei quali conosciamo solo il nome, Cleopa, mentre dell’altro non sappiamo proprio nulla.
Eppure, in poche ‘pennellate’, l’evangelista rende in modo molto efficace lo stato d’animo di questi due.
Sono in cammino, e già questa è un’immagine molto bella. È facile per noi riconoscerci e immedesimarci in loro.
È un cammino molto particolare, quello di questi due discepoli. Si stanno allontanando da Gerusalemme, dal gruppo dei discepoli. È un momento di distacco, di separazione. Sono incamminati verso un villaggio vicino, a decina di chilometri da Gerusalemme.
Mentre vengono via, tra di loro, ‘conversano’ e discutono, non animatamente però, ma semplicemente condividono l’uno con l’altro «tutto quello che era accaduto».
L’evangelista non parla subito della loro tristezza.
All’improvviso, uno sconosciuto si affianca al loro cammino. Non sanno chi sia.
Noi, i lettori, invece sì, lo sappiamo: «Gesù in persona – ci dice l’evangelista – si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo».
Anche questo è un particolare molto bello e, forse, adatto a descrivere questo nostro tempo, in modo speciale. Anche nelle nostre strade, oggi, non è facile riconoscere la presenza di Dio e di Gesù. Eppure Gesù non è lontano dalla nostra vita.
Troppo spesso sono i nostri occhi che sono come «impediti a riconoscerlo».
È questo sconosciuto che rivolge loro la parola. Non sono loro a interrogarlo. È lui che prende l’iniziativa. Si accosta. Domanda: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?».
È una semplice domanda, più che curiosità, attenzione e interesse. Ma lo scopriremo solo dopo, il perché.
Alla domanda di Gesù, è come se si aprisse una diga. Sono sorpresi, questi due discepoli: «si fermarono, col volto triste».
La domanda di quello sconosciuto non può non sorprenderli. Solo lui, a Gerusalemme, non sa quel che è successo in quei giorni?!
«Che cosa?» domanda a sua volta lo sconosciuto.
A questo punto l’evangelista sintetizza in poche battute quello che probabilmente fu un fiume di parole.
E il pellegrino, il viandante sconosciuto ascolta, ascolta le parole dei due.
Sono parole che esprimono sentimenti molto vari, complessi, perfino contrastanti tra loro: esprimono una speranza divenuta delusione, ma anche dolore, per la morte del Nazareno, che sembrava ed era stato – al passato! – «profeta potente in opere e in parole».
C’è anche tristezza profonda e amarezza in queste parole: «Noi speravamo che …». Avevano riposto in lui, questi discepoli, una speranza tutta terrena, legata alla storia di Israele. Sono scoraggiati, questi due: in modo umano, troppo umano, avevano atteso dal Nazareno un riscatto del loro popolo, la liberazione politica e religiosa.
Insieme a questi sentimenti di amarezza, tristezza, delusione, scoraggiamento, c’è però anche un senso di stupore e di disorientamento: «ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti». Sono state alla tomba, non hanno trovato il corpo e, in più, dicono di aver visto degli angeli, «i quali affermano che egli è vivo».
Ma altri discepoli «sono andati alla tomba, anche loro, e davvero «hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Notizie contraddittorie, dunque. A chi credere? Che cosa è successo?
È facile, per noi, riconoscere nei sentimenti di questi due discepoli in cammino, i sentimenti che toccano anche noi, nei diversi momenti della nostra vita. Speranze, delusioni. Attese e amarezze. Stupore e sconcerto.
Quando veniamo in chiesa nell’Eucarestia o quando siamo nella preghiera personale, quante volte è capitato anche a noi di provare l’altalena: alti e bassi, chiaroscuri, luci che ci abbagliano e buio profondo in cui non vediamo più nulla.
Il Signore lascia parlare questi due discepoli, anzi vuole che parlino, che dicano la loro delusione, le loro amarezze, la loro tristezza.
Non dobbiamo recitare, davanti al Signore, nemmeno noi. Dobbiamo andare a lui portando tutta la verità di noi stessi. Solo allora possiamo metterci ad ascoltarlo per davvero. È quello che accade ai due.
All’improvviso, questo sconosciuto viandante prende la parola. C’è un rimprovero, franco e chiaro, nella sua risposta. Sono: «stolti e lenti di cuore a credere».
Gesù non ha paura di scoraggiarli ancora di più. Denunciando la loro incredulità, apre loro la strada per ripartire.
Con grande pazienza, «cominciando da Mosè e da tutti i profeti», mostra a questi due discepoli come fosse necessario che il Messia, il Cristo, «patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria». I profeti l’avevano annunciato. A nome di Dio, avevano parlato del servo sofferente. Questo patire sarebbe stato il passaggio – la Pasqua – verso la gloria.
Tutto nella Scritture «si riferiva a lui». Perciò noi, ogni domenica come prima lettura, quasi sempre leggiamo un testo dell’Antico Testamento. Tutto, nella Parola di Dio, si riferisce a Gesù.
Qui è Gesù stesso, nei panni del viandante sconosciuto, che aiuta i due increduli discepoli a leggere gli eventi accaduti, pur tanto dolorosi e sconcertanti, alla luce della Parola.
Tante volte anche noi facciamo fatica a ‘mettere insieme’ la storia degli uomini e la storia di Dio con gli uomini, raccontata nella Parola di Dio. Così, come i due di Emmaus, pur conoscendo la Parola, viviamo la storia nostra e la Parola di Dio come due binari paralleli, che non si incontrano. Allora la Parola, che ci parla di Gesù, ci appare estranea. Ci rimane indifferente.
A questo punto, nel racconto di Luca, si apre uno spiraglio di luce, una fessura improvvisa.
I tre sono ormai «vicini al villaggio dove erano diretti». Lo sconosciuto «fece come se dovesse andare più lontano». È una nota, una sfumatura bellissima e profondamente vera. Questo forestiero ha camminato con i due discepoli. Così come Gesù cammina con noi, nella nostra storia, anche oggi, Lui che è il Risorto.
Ma, nello stesso tempo, egli ci vuole condurre oltre. Sta al passo nostro, ma insieme ci apre a qualcosa che va al di là delle nostre forze.
Così, i due, comprendendo che lo sconosciuto li vuole lasciare, gli rivolgono una parola nuova, con insistenza. Qualcosa sta cambiando nel loro intimo. Non sanno nemmeno loro bene che cosa. C’è un’attrazione profonda che essi stanno provando per quello sconosciuto, che pure non è stato tanto tenero con loro.
Li ha ascoltati, ma li ha anche scossi, sconvolti nei loro pensieri.
Formulano così, i due, una bellissima preghiera, una delle preghiere più belle e commoventi: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto».
È il tramonto della domenica. Ma questo tramonto ci fa pensare ai tanti tramonti della vita. C’è qualcosa di indicibile nel tramonto. È una luce soffusa, carica di nostalgia, quella del tramonto. Ma è anche una luce carica di attesa: è l’attesa del ritorno a casa, l’attesa del riposo della notte.
Lo sconosciuto accoglie quella preghiera. «Egli entrò per rimanere con loro». Qui l’evangelista dice una verità profonda, la verità di Gesù
Egli ‘rimane’ con noi. È il Dio-con-noi. Per sempre.
Questo rimanere dello sconosciuto si svela nella ripetizione del gesto dello spezzare il pane. È il gesto del Giovedì Santo. È il dono di sé, nel quale Gesù ‘spezza’ la sua vita, come dono assoluto per noi. Dono d’amore. Grazia.
È allora che gli occhi dei due, fino ad allora ciechi, finalmente si aprono. «E lo riconobbero». Alla luce del gesto, l’Eucarestia, ‘ricordano’ la Parola e riconoscono che quella Parola li porta a Gesù.
«Ma egli sparì dalla loro vista».
Nel momento altissimo del riconoscimento, Gesù si sottrae ai loro occhi. Ma ormai i loro occhi vedono nel profondo. Sono gli occhi della fede.
Così, pieni di gioia, tornano sui propri passi, tornano alla comunità. Si fanno testimoni gli uni gli altri.
Così sia anche per noi!
Don Maurizio
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