Occorre sentire, quanto meno sperare, che noi siamo tra le braccia di Dio proprio quando stiamo sperimentando un fallimento
Nella prima parte della sua riflessione intorno al mistero della sterilità feconda, Marco Griffini era arrivato a mostrare come, attraverso il dolore, la preghiera, la rabbia e l’incredulità, si arrivasse a intravedere il dono della Grazia. Era la consapevolezza, o per lo meno l’intuizione, che l’apparente negazione dell’Amore all’interno di una coppia (la sterilità) potesse essere riletta e ricompresa sotto una nuova luce, che non solo rende più chiaro il quadro ma, anzi, lo completa: il compimento di una coppia è sancito dalla condivisione del proprio cammino con un bambino abbandonato.
Fin qui, la teoria. Sorretta, certo, dalle Scritture, dalle riflessioni di Santi e teologi. Ma quando questo fatto si scontra con la vita vera, la propria esistenza, cosa succede? Come si fa a tradurre in gesti e dinamiche “umane” quella consapevolezza che in precedenza sembrava di aver compreso, almeno a livello teorico?
In questa seconda parte, Griffini guida il lettore proprio su questa strada, dove il mistero si fa concreto e la condivisione è vita da vivere, tutti i giorni.
La riflessione si dispiegherà in più tappe. Quella che segue è la tappa numero uno della seconda parte.
In fondo alla pagina il link all’ottava e ultima tappa della prima parte della rilfessione.
La “speranza contro ogni speranza”
Anche tu?».
«Sì, certamente, anch’io».
Le sorrise… e finalmente capirono che amare non significava stare a guardarsi negli occhi, ma procedere insieme verso la stessa meta.
Non ce la fece a uscire, perché è ben più forte di un grido, l’urlo del cuore…
Lontano, in un angolo del mondo, echeggiò, là, improvviso: il campanello squillò e, questa volta, chiamarono il suo nome.
Ma una così grande sofferenza potrà mai essere considerata un dono?
Certo abbiamo letto ciò che è scritto nella Bibbia; considerato con interesse il punto di vista di studiosi e teologi; ma ora qui si tratta di noi, della nostra vita, del nostro dolore. Non siamo più nel mondo della teoria!
Ci sentiamo traditi proprio in ciò che abbiamo sempre considerato più prezioso ed esclusivo: il nostro amore. Delusi e ingannati da chi dovrebbe essere l’Amore, siamo stati abbandonati a noi stessi! Siamo arrivati al fondo della nostra fede e laggiù sperimentiamo una distanza tanto grande dall’Amore da sembrare ormai incolmabile.
È il momento in cui viviamo l’abbandono insieme a Gesù. Là, su quella croce, nell’istante della sua morte, vi è un secondo grido, seguito al grande grido di dolore dell’abbandono subìto. Un grido ancora più forte (1), più intenso del primo: la ferma e decisa volontà di Gesù nel volere essere ancora il Figlio del Padre, e da Lui amato e nuovamente accolto, nonostante l’evidenza e la realtà dell’abbandono vissuto. Anche nei momenti nei quali sembra che non vi sia più alcuna via d’uscita, più nulla da fare, «occorre lasciarsi amare dal Padre, senza misura. Se non siamo capaci di lasciarci amare da Dio, non riusciremmo ad amare nessuno realmente» (Sergio Nicolli)
Tanto meno saremo capaci di accogliere un figlio, che chiede di essere amato al di sopra di ogni cosa!
Occorre sentire, quanto meno sperare, che «noi siamo tra le braccia di Dio proprio quando stiamo sperimentando un fallimento» e da lì riprendere ad amare ancora più intensamente chi è a noi più vicino e condivide la comune sofferenza. «Ogni volta che dico “ti amo”, dico “Dio esiste, ed è fra noi, con noi” e ci ama!»
(1) C’è un secondo grido, in quel pomeriggio, lassù sulla croce: «Gesù, dopo aver urlato di nuovo a gran voce…» (Mc 15,37), ed è un grande grido, più forte, più potente del primo grido di angoscia, quello dell’abbandono. Lo testimonia l’evangelista Marco nel cambiare il verbo: non più anabao (gridare), ma krazo (gridare senza articolare parola) e quando si grida senza pronunciare parola è ovviamente un urlo.
(1 – seconda parte, continua)
Per approfondimenti, vedi Marco Griffini, Sterilità feconda: un cammino di grazia.
QUI per leggere l’ottava e ulltima tappa della prima parte della rilfessione.
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