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La sterilità feconda: ma perché proprio a noi? (3)

È un pezzo di storia quotidiana, vissuta e raccontata da tante coppie di sposi innamorati l’uno dell’altra: è l’esperienza della nostra “notte oscura”, la scoperta della sterilità

Marco Griffini, presidente e fondatore di Ai.Bi. Amici dei Bambini, accompagna il lettore lungo una riflessione intensa, che prova a comprendere uno dei più profondi e meravigliosi misteri della spiritualità dell’adozione: la grazia della sterilità feconda. Dopo aver seguito il dolore e la preghiera di una donna bisognosa che qualcuno ascolti “il tumulto del suo cuore”, e aver udito il suo “grido” di sconforto nel sentirsi tradita proprio in quello che era il suo desiderio più grande, ora Griffini ci conduce al cospetto dei pensieri disarmati di chi si chiede perché tutto questo sia accaduto proprio a loro.
La riflessione si dispiegherà in più tappe. Quella che segue è la tappa numero 3.
QUI per leggere la prima tappa
QUI per leggere la seconda tappa.

Ma perché Signore, proprio a noi?

Nel suo cuore, arato da una mente non più presente, ristagnano incomprensione, sconforto, delusione, tradimento, amarezza, strazio, sconfitta… angoscia… È il vuoto dell’abbandono.
Aveva, ormai, speso tutto; ogni energia, sicurezza, controllo di sé, solo quel grande vuoto…
Non riuscì a trattenerlo tanto fu improvviso, violento, un rigurgito dal profondo del cuore… un urlo, tremendo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34). E si fece buio su tutta la terra
È l’urlo di dolore di chi si sente abbandonato proprio da Colui che avrebbe dovuto accompagnare quell’atto di amore e benedirlo nel «siate fecondi e moltiplicatevi» (Gn 1,28).
È un pezzo di storia quotidiana, vissuta e raccontata da tante coppie di sposi innamorati l’uno dell’altra: è l’esperienza della nostra «notte oscura», la scoperta della sterilità.
«Ma perché Signore, proprio a noi, noi che ci vogliamo bene,noi che avremmo cresciuto con tanto amore un bambino! Se non posso dare un figlio a mia moglie come può continuare il nostro amore?»
Domande su domande, rimuginate dal profondo delle viscere, fanno male perché non ottengono risposte: «Il dolore è durato per anni, non un attimo, un solo giorno… un dolore lungo che era dentro me, indescrivibile».
Ed esplode il risentimento. «Ero arrabbiata con tutto il mondo, con Dio, ma soprattutto con me stessa perché non ero capace di realizzare la cosa più naturale del mondo. La cosa che mi faceva male non era il fatto che non potevamo avere un figlio biologico nostro, ma era il mio fallimento come donna».
Trascorso il tempo dell’ira, subentra istantanea la lucidità della razionalità: «L’incredulità è stato il sentimento dominante: noi così giovani e pieni di tanti sogni non avremmo mai potuto immaginare la negazione di un qualcosa che senti essere parte di te, di noi, “nuova famiglia”. Com’è possibile che il nostro amore non possa concretizzarsi in qualcosa di visibile, di nostro…»
Si inizia comunque a farsene una ragione; non possiamo avere figli e la «colpa» è mia: «È difficile spiegare cosa si prova anche perché ero io sterile, mentre mio marito era sano come un pesce. Ho cercato di mandarlo via, di allontanarlo da me».
La delusione, cocente e debilitante, di essere costretti a rinunciare a ciò che si era promesso e sognato fin dal giorno di quel «fatidico sì»: «Sognavo nostro figlio biondo, con gli occhi azzurri, somigliante a mio marito… bello come lui!».
Anche la fede vacilla nelle temibili ore della «notte oscura» e sembra che nessuno, in cielo e in terra, si interessi a noi: «Nostro Signore Dio non ci ascoltava. Pregavamo molto assieme in quei mesi, ma sembrava che anche la preghiera fosse inutile: generare un figlio, un atto semplice, non ci riusciva».

(3 continua)
Per approfondimenti, vedi Marco Griffini, Sterilità feconda: un cammino di grazia.

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